Allarme Metamorfosi sul Nilo

Sviluppo economico e aree urbanizzate assetate di energia spengono il corso del Grande Fiume?  Pietro Enrico Corsi

Le cascate Tisisat nella regione degli Amara, in Etiopia [1]

nilo Chi scrive non è un esperto ma solo un curioso appassionato.  In genere del progresso umano a tutto tondo e di conseguenza degli elementi che ne aiutano o ne ostacolano il percorso. In moltissimi casi tali elementi, tra cui l’uomo, in funzione dell’evoluzione delle circostanze subiscono una metamorfosi che fa loro cambiare campo o spesso essere presenti con pesi diversi e dinamici in entrambi. Un esempio per tutti: le foreste forniscono da sempre legname utile alla vita dell’uomo e oggi, in estensioni sempre maggiori, terreni da coltivazione o pascolo per soddisfare le necessità nutritive di una popolazione in continuo aumento. Ma da tempo ci si è resi conto del rischio che questa distruzione forestale comporta per l’atmosfera, il clima, la salvaguardia della biodiversità vegetale, animale e antropologica delle poche comunità primitive rimaste. Quindi la foresta è divenuta risorsa da conservare e utilizzare con rispetto e non da sfruttare tout court. Molti ancora non ne sono  convinti ma col tempo aumentano i convertiti.Uno dei più interessanti e affascinanti tra questi elementi è senz’altro l’acqua e la metamorfosi che si annuncia riguarda il Nilo, di cui secondo Erodoto l’Egitto ne è il dono. Il grande fiume percorre con i suoi affluenti l’Africa da Sud a Nord per circa 6.700 km., pari a cinque volte la lunghezza dell’Italia, sostenendo direttamente con le sue acque (84 km3 annui di portata) le necessità agricole e domestiche di circa 240 milioni di persone. In effetti, il bacino del fiume, che con le proprie acque e quelle dei suoi affluenti bagna le rive di 11 Stati, comprende una popolazione residente stimata in 440 milioni di persone e copre circa il 10% della superficie dell’Africa. Fonte FAO: 3,17 Ml di km2 pari a 11 volte la superficie dell’Italia.

Occorre dire che già oggi l’Egitto acquisisce quantità notevoli di “acqua virtuale”([i]) attraverso l’importazione massiccia di derrate alimentari (grano, mais, soia, ecc) che è vitale per l’equilibrio socio politico del Paese. Ricordate tutti quale fu l’acciarino che dette il via all’incendio della primavera araba.

La messa in discussione da parte degli altri Paesi appartenenti al bacino del grande fiume di un accordo, stipulato nel 1929 con il beneplacito Britannico e aggiornato bilateralmente tra Egitto e Sudan nel 1959, che assegnava 55  degli 84 Km3 delle acque nilote in favore del primo paese e stabiliva il non libero uso delle acque per 8 dei paesi rivieraschi, è un evento di grande preoccupazione per la dirigenza politica egiziana.

Ho usato l’imperfetto poiché tale accordo è, in effetti, dichiarato decaduto dal cosiddetto Accordo di Entebbe firmato nel Maggio 2010 da, per adesso, sei paesi rivieraschi : Etiopia, Rwanda, Uganda, Tanzania, Kenia e Burundi. Tale accordo infatti priva il Cairo del diritto di veto sui progetti che potrebbero interferire sul flusso del fiume, dato che è previsto che per il via libera ai progetti basti l’approvazione della maggioranza dei paesi rivieraschi.

Sono tutti paesi che aspirano, anche se in misura diversa, a sviluppare l’economia, comprese le colture; energia e acqua regolamentata sono i fattori di base; sbarramenti e dighe ne sono il consueto corollario. L’Etiopia, che sta avendo un consistente sviluppo demografico e che con il Nilo Azzurro durante la stagione delle piogge dà un fondamentale contributo alla portata del Nilo, ha avviato ai confini con il Sudan la costruzione della Grande Diga della Rinascita, che una volta ultimata sarà la più grande del continente africano e dovrebbe produrre 6mila megawatt. In larga parte esportabili. D’altra parte si calcola che il bacino a regime trattenga una volta e mezzo la portata d’acqua annuale del Nilo Azzurro, con effetti drammatici sull’ agricoltura e capacità idrica dei paesi a valle. Egitto e Sudan, preoccupatissimi, sono riusciti dopo lunghe trattative con l’Etiopia a ottenere la costituzione di un comitato di tecnici indipendenti che studi gli effetti di tale opera a 360°.

La quale ovviamente non è la sola opera in fase di progettazione e addirittura costruzione su questa imponente via d’acqua. Già 17 sono gli sbarramenti operanti sul Nilo con anche danni ecologici, economici e culturali imponenti come la sparizione delle cascate  di Bujagali, il “blocco” del celeberrimo “limo” egiziano da parte della diga di Assuan, la forzata emigrazione di centinaia di migliaia di persone dai loro territori, la devastazione di siti naturalistici/ archeologici / animisti eccelsi; i ritardi e l’aumento dei costi e i deludenti risultati produttivi ottenuti.

Altre 17 di questo tipo di opere, compresa quella etiope, dovrebbero “regolare” ulteriormente il flusso delle acque nel prossimo decennio. Opere che s’inseriscono in una situazione già complessa e in parte compromessa, che rischiano di aggravare.  Il delta che sfocia nel Mediterraneo è già in parte non marginale invaso dalle acque salate a causa del minor flusso di acqua che arriva a valle, creando grossi problemi per la pesca già impoverita da acque inquinate da pesticidi e fertilizzanti, a causa della scomparsa del “limo”. I grandi invasi come Assuan e in futuro la grande diga etiopica favoriscono l’evaporazione con perdite rilevanti, anche 15 km3 di acqua l’anno.

Fino al recente passato la dirigenza egiziana, che apparentemente collaborava con le altre nazioni rivierasche per trovare una soluzione sostenibile nell’utilizzo delle acque, ha sempre invece attuato una politica di negazione del diritto alle acque fluviali dei paesi a monte del Sudan, argomentando  che le ben maggiori precipitazioni atmosferiche di cui godevano potevano soddisfare le loro necessità irrigue e domestiche. Non esitando a mettere in campo tentativi di destabilizzazione, secondo documenti forniti da Weakealiks, nei confronti dei paesi del bacino più attivi nel richiedere nuove regole.  O addirittura pianificando e preparando azioni di guerra annullate all’ultimo minuto.

Per fortuna il nuovo Presidente Morsi, che si è recato ad Addis Abeba per il primo incontro al massimo livello dopo 25 anni, sembra avere intenzioni più ragionevoli ed è sperabile che aiuti ad attuare l’obiettivo dell’IBN, cioè dell’Iniziativa del Bacino del Nilo lanciata nel 1999 da tutti i Paesi interessati. Il cui obiettivo è la condivisione di benefici socio economici e la stabilità e la sicurezza regionale attraverso lo svolgimento di progetti in cooperazione fra gli stati dell’area.

Di certo vi è che gli esperti valutano che la portata del Nilo sia oggi insufficiente per soddisfare tutte le necessità d’irrigazione dei Paesi del bacino. Ancor più in futuro per l’alto tasso di espansione demografica prevedibile. Si calcola per esempio che nel 2050 gli 82 milioni di etiopi diverranno 150. Anche per questo il compito di quelle classi dirigenti appare immane e potrà avere successo solo attraverso una cooperazione sincera e qualificata anche con le nazioni più sviluppate.

Vi è d’altra parte uno studio, titolato Global Water Security commissionato dal Segretario di Stato americano H. Clinton nel 2011, che identifica otto potenziali aree di crisi nei prossimi 30 anni a causa della mancanza, scarsa qualità, etc. dell’acqua. Il Nord Africa è tra queste aree ed il Nilo è indicato come il primo fiume le cui acque potranno essere utilizzate come leva di potere per affermare interessi nazionali. Lo studio non prevede conflitti nel prossimo decennio ma ritiene che la situazione possa degenerare dal 2022 per la questione demografica combinata al depauperamento dell’acqua in senso quantitativo e qualitativo.

Nove anni non sono molti per problemi così complessi. Dobbiamo augurarci che uomini illuminati e lungimiranti, nuovi Mandela e De Klerk,  assumano le massime responsabilità politiche nella maggior parte delle nazioni, inclusa la nostra (ahinoi), per immaginare, pianificare ed attuare per tempo gli accordi e le misure necessarie a risolvere e superare concordemente tali problemi.

A proposito dei nostri politici, in redazione ci si domandava se essendo l’acqua intrinseca alla tematica dell’Expo 2015 (Feeding the Planet), tali problematiche globali non avrebbero dovuto essere il tema geopolitico clou su cui attirare l’attenzione del mondo. Con l’avvio di contatti, riflessioni e dibattiti atti a dare inizio ad un’attività diplomatica in superficie e soprattutto ad una consapevolezza pubblica globale di tali rischi o potenzialità. Poi alimentata da associazioni, enti e Stati, in modo da trasformarsi in movimento di opinione pubblica mondiale e quindi in forte strumento di pressione internazionale che aiuti, come nel caso del Sud Africa, tali statisti a definire e compiere gli atti giusti per uno sviluppo sostenibile delle loro nazioni attraverso un equo utilizzo di tali risorse.

Pietro  Enrico Corsi

[1] Fotografia di George Steinmetz, National Geographic – Tratto da http://www.nationalgeographic.it/popoli-culture/2011/07/28/news/la_grande_diga_del_millennio_sul_nilo-442476/

([i]) per “acqua virtuale” si intende la quantità d’acqua necessaria per ottenere 1 kg. di cereali, carne, etc. Per es. per crescere e ottenere 1kg. di riso occorrono dai due ai cinquemila litri di acqua. E non è uno degli alimenti più idrovori.  Per es. zucchero, mangimi per il bestiame, carne, superano i 10.000 litri per Kilo e con il caffè si  arriva a 20.000!  Ne deriva che la ripartizione dei consumi d’acqua nel mondo sviluppato è in media circa il 12% per usi domestici, il 18% per usi industriali e il 70% per le necessità agricole.

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Informazioni su Daniela Mainardi

medico vivo e lavoro a Milano
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