Biodiversità coltivata

L’opera di Vavilov  –  Stefano Bocchi

bio1Molto tempo prima che E. Wilson introducesse la parola biodiversità nel linguaggio comune, numerosi altri pensatori, scienziati, uomini e donne di cultura e azione avevano posto il concetto di biodiversità al centro della propria attenzione. Non c’è tradizione, cultura, religione che non abbia riflettuto sulla ricchezza rappresentata dall’insieme degli esseri viventi che ci circonda e ci nutre e non abbia celebrato, con immagini diverse, i principali caratteri della biodiversità: utilità,  bellezza, complessa dinamicità.

Noè, prima della catastrofe annunciata del diluvio, chiama i propri figli e prepara l’arca, con la quale raccogliere e salvare tutte – nessuna esclusa – le specie animali, che potrà restituire al nuovo mondo riconciliato. Biodiversità, processi evolutivi, vita sulla terra, responsabilità individuale e sociale sono tematiche che si intrecciano da sempre nella nostra storia e che oggi ritornano sulla ribalta degli scenari del mondo  scientifico e politico.

La produzione di diversità è il principale motore dell’evoluzione sia in termini di singoli organismi,  sia in termini di specie: le “speciazioni” imprigionano e conservano variazioni a livello di popolazioni, così come le mutazioni genetiche producono variazioni a livello di individui.

Per poter meglio utilizzare l’energia radiante che il sole ci trasmette, i componenti della biosfera, tutti gli esseri viventi –  vegetali e animali –  tendono a strutturarsi in modo da aumentare la capacità recettiva. Se ci sono recettori multipli e ben differenziati, il rendimento globale energetico aumenta; se rimane un solo tipo di recettore,  il sistema diminuisce il rendimento ed innalza la propria vulnerabilità rispetto ad eventi esterni sfavorevoli.

La biodiversità è quindi l’espressione più esplicita di una strategia di migliore  assetto strutturale, ricercata dinamicamente dalla biosfera.

Con l’agricoltura, l’uomo ha generalmente ridotto la biodiversità, perché si è concentrato solo su alcune piante/colture più convenienti ai fini di una produzione basata su cicli di breve durata e di più facile gestione. La cosiddetta agricoltura industrializzata, frutto della rivoluzione verde, si è sviluppata e diffusa su un modello basato su economie di scala,  frammentazione delle fasi produttive e specializzazione  delle attività, vale a dire, in termini agronomici, monocolture fortemente semplificate e intensificate che riducono o escludono la presenza di un sistema agro-forestale complesso con siepi-filari, fasce tampone boscate o prative, piante avventizie, flora spontanea.

Con l’agricoltura è nata, quindi, una nuova dimensione della biodiversità, che oggi viene indicata come agrobiodiversità, termine che si riferisce al risultato dell’interazione tra processi di selezione naturale e azioni dirette e indirette degli agricoltori, nel corso dei secoli; è quindi una espressione del diverso livello di cultura agro-ecologica, socio-economica e politica di una società.  Le scelte gestionali individuali e collettive dell’agrobiodiversità influiscono fortemente sui livelli quali-quantitativi e  sulla stabilità delle produzioni alimentari, sulla sostenibilità dei sistemi aziendali e agrari  a scala territoriale, sui delicati rapporti strutturali e funzionali caratterizzanti il paesaggio agrario.

Su scala mondiale, l’attuale assetto dell’agricoltura assomiglia molto ad una piramide alta e stretta: delle 250.000 – 500.000 specie di piante esistenti, solo 1.500 sono utilizzate; delle attuali  120 colture di importanza nazionale, solo 15 – 20 rivestono importanza globale,  il 90 % dell’energia e delle proteine proviene da 15 colture e 8 specie animali.  Tra le specie coltivate solo tre colture, frumento (Triticum spp.), riso (Oryza spp.) e mais (Zea mays) forniscono oltre la metà dell’energia che l’umanità  trae dal cibo (FAO, 1998).  Il numero di varietà coltivate di queste specie agrarie è ancora in forte contrazione;  nel secolo scorso più del 90 % delle varietà coltivate sono scomparse dalla aziende agricole, e sono rimaste presenti in parte nelle collezioni di germoplasma di alcuni istituti di ricerca (gene banks o banche del seme).

E’ passato quasi un secolo da quando uno dei più grandi studiosi di  agrobiodiversità, Nickolay Ivanovich Vavilov, iniziò a collezionare le specie da tutto il mondo per poter capire le potenzialità.

Nel 1932, Vavilov scriveva: “molti problemi storici possono essere capiti solo sulla base delle interazioni tra uomo, animali e piante”. Il lavoro e il pensiero di Vavilov ha formato le basi di molti studi e ricerche di genetica vegetale oggi portati avanti in tutto il mondo; a questo agronomo russo del secolo scorso dobbiamo il concetto di centri di origine delle piante coltivate (Proiskhozhdenie i geografiia kul’turnykh rastenii). Scriveva Vavilov: “i centri di origine della maggior parte delle piante coltivate iniziarono a distinguersi  in aree botaniche  dove erano attivi potenti processi di formazione e selezione di tipologie vegetali. E’ evidente che gli uomini primitivi attraversarono  queste regioni, che sono ricche di associazioni di specie di piante,  incluso un gran numero di piante commestibili”.

Vavilov, negli anni ’20 del secolo scorso,  venne incaricato dal governo sovietico di avviare un programma di profonda trasformazione dell’agricoltura che permettesse,  grazie alla disponibilità di nuove risorse, un successivo progresso industriale. Vavilov basò la sua teoria sugli sviluppi delle teorie Mendeliane secondo cui  il patrimonio genetico di una pianta fornisce il meccanismo per la trasmissione dei caratteri da una generazione all’altra  Vavilov per migliorare i raccolti propose di utilizzare tutta la variabilità di caratteristiche morfo-fisiologiche delle piante modificate dall’uomo e delle antenate, mettendo a frutto sia il lavoro delle numerosissime generazioni di agricoltori sia i doni della natura. Vavilov aveva il proposito di raccogliere in Russia tutto il germoplasma mondiale delle principali colture e per questo creò il VIRV (istituto pan sovietico di coltivazione delle piante) dove coltivò per anni numerosissime varietà di foraggi, di ortaggi, di cereali e frutta tratti da questa ampia raccolta. Il VIRV disponeva anche di una rete di stazioni sperimentali. Iniziò nel 1925 le prime spedizioni in tutte le aree della Russia e, successivamente, in tutti i territori agricoli del mondo. In pochi anni si organizzarono 200 spedizioni in 65 Paesi per portare in URSS più di 150.000 campioni di semi o piante. Nel corso di queste spedizioni Vavilov scoprì l’esistenza dei centri geografici di variabilità delle piante coltivate e il parallelismo delle variazioni nelle specie e nelle famiglie affini (legge delle serie omologhe di variabilità). Egli individuò i centri nelle aree ove riusciva a riscontrare la massima variabilità della specie, vale a dire ove aveva potuto raccogliere materiali vegetali appartenenti alla stessa specie, ma con forme, colori, cicli vitali diversi; allontanandosi dai centri di origine delle colture, questa variabilità diminuiva.

Vavilov, coraggioso raccoglitore di biodiversità, ci ha lasciato una chiave di lettura al tempo stesso botanica, genetica e agronomica, avendo chiarito l’intreccio esistente tra caratteri genetici di una pianta, le sue origini geografiche, l’evoluzione successiva e le potenzialità agronomiche. Lo schema di rappresentazione della biodiversità storico-geografica ed agronomica proposto da Vavilov,  ancora molto attuale, costituisce un potente impianto teorico utile nella interpretazione dei complessi fenomeni co-evolutivi in atto all’interno dei sistemi agro-alimentari di tutto il mondo.

Prof. Stefano Bocchi

PhD in Biologia Vegetale e Produttività della Pianta Coltivata

Università degli Studi di Milano

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medico vivo e lavoro a Milano
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