Produrre cibo

Produrre cibo a mezzo di idee – di Giuseppe Longhi (*)

Immagine longhiRiallacciandomi alle relazioni che mi hanno preceduto, specialmente al brillante atlante della struttura globale dell’alimentazione che propone Rinolfi e alla visione di Matilde Ferretto, che incanala la lettura del fabbisogno alimentare verso una visione della città, e, in particolare delle megalopoli, come sistema ‘chiuso’, coerente con il percorso iniziato da Kenneth E. Boulding (The economic of the coming spaceship earth, 1966) e oggi codificato negli standard obiettivo delle convenzioni internazionali sull’ambiente, mi propongo di ricordare:

  • gli obiettivi di alimentazione al 2050;
  • la strategia dell’Unione europea per il raggiungimento di tali obiettivi;
  • il ruolo dell’Italia;
  • l’agenda per la rigenerazione urbana.

Anticipo sostenendo che la variabile guida per il raggiungimento della soddisfazione alimentare non è costituita dal capitale materiale ma dalle capacità di organizzazione del capitale umano, questo mi sembra ancor più vero per l’Italia.

Gli obiettivi di alimentazione al 2050: assumo come base le valutazioni del World Resource Institute (vedi WRI, The great balancing act, 5/maggio 2013) secondo il quale per soddisfare una popolazione globale di 9 miliardi di persone al 2050 occorrerà aumentare del 60% l’offerta di calorie, diminuire del 24% l’impatto ambientale (su ecosistemi, cambiamento climatico e consumo d’acqua) e stabilizzare al 28% la popolazione impiegata direttamente nell’agricoltura.

Per raggiungere questi obiettivi il WRI propone una strategia articolata in tre momenti, in cui determinante è la riconversione culturale e l’aumento dei saperi. Infatti, le indicazioni sono:

  1. ridurre i consumi attraverso la      modifica di atteggiamenti culturali rispetto a: controllo della fertilità,      riduzione degli sprechi e dell’obesità, modifica del mix alimentare (meno      beef+polli e pesce);
  2. aumentare la produttività e      diminuire il saggio di utilizzo di suoli, applicando così la ricetta      europea del decoupling. In questo modo il passaggio da una produzione ad      alta intensità di lavoro e di risorse a una ad alta intensità di      produttività delle risorse sembra generalizzarsi a livello globale. La      sfida diventa investire in nuovi processi creativi tesi appunto alla      crescita della produttività dei fattori diminuendo il consumo di      patrimonio naturale.
  3. ridurre le emissioni, anche qui      il fattore decisivo è il capitale umano per identificare nuovi processi      produttivi a 0 impatto.

Il supporto dell’Unione europea: tali obiettivi sono riconoscibili nella strategia comunitaria nel percorso dalla Conferenza di Lisbona (2000) a Europa 2020 che propone il sapere come fattore capace di fare dell’unione un sistema aperto alla condivisione, sostenibile e smart e teso alla rivalutazione del capitale naturale. Per raggiungere questi obiettivi intuisce che il passaggio da un sapere altamente formalizzato a uno più creativo ed informale è indispensabile, anche alla luce del processo di trasformazione del sapere superiore negli USA (dall’University Unbould descritto da Robert Costanza in http://www.thesolutionsjournal.com/node/23201 al grande tsunami illustrato dal Financial Times del 10 agosto 2012 in: Ivory towers will be toppled by an online ‘tsunami’). Per questo mette al centro della sua azione il long life learning, che sarà il cuore del prossimo programma quadro, per sviluppare ricerche ‘aperte’, tese prioritariamente alla crescita dell’efficienza delle risorse e a contrastare gli effetti del cambiamento climatico.

Il ruolo dell’Italia: gli obiettivi che persegue l’Italia e ne informano le azioni governative sono illustrati nel “Quadro strategico nazionale per la politica regionale di sviluppo 2007-2013” il quale denuncia il “livello insufficiente del capitale umano, in ordine alle competenze sia della popolazione adulta sia dei giovani, con riflessi negativi sull’ampliamento e sulla riqualificazione del mercato del lavoro e sulla potenzialità di crescita dei processi produttivi più avanzati”.

Lucidamente il documento denuncia l’insufficienza del processo di crescita del capitale umano e per ovviare a tale debolezza strutturale individua un “matrice delle risorse” articolata in 10 priorità con al centro la crescita del capitale umano, come input il risparmio delle risorse naturali e come output la crescita della qualità, specialmente quella urbana grazie a innovative politiche di rigenerazione supportate dalla riqualificazione ‘green’ dell’economia. Si raggiunge così una perfetta simmetria tra quadro strategico nazionale e programma quadro comunitario.

L’agenda per la rigenerazione urbana: se ne ricava che per uscire dalla recessione l’agenda è precisamente determinata da:

  1. apertura al sapere informale per aumentare creatività e capacità;
  2. sviluppo della green economy per aumentare la produttività delle risorse, progettando sistemi ‘chiusi’ caratterizzati dall’autosufficienza energetica ed alimentare, dalla dematerializzazione e dall’alta interconnettività;
  3. promozione di una rigenerazione urbana basata sulla cittadinanza attiva e l’autosufficienza.

Un governo, centrale e locale, responsabile avrebbe da tempo dovuto provvedere a sviluppare tali punti attraverso:

  • piattaforme integrate a scala internazionale;
  • pieno utilizzo dei fondi destinati all’innovazione e sviluppo di un adeguato sistema di monitoraggio per misurare il saggio di riconversione della base produttiva, comprendente istruzione, servizi e industria;
  • pieno utilizzo del fondo europeo città-regioni, con indicazione degli ambiti prioritari (data la selettività di questi fondi essi riguardano circa 10 città-regione);
  • creazione di adeguati data base, per:
    • governare in modo olistico, controllando le complesse iterazioni che i moderni sistemi di governance generano;
    • rendere disponibili a basso prezzo le informazioni, per aumentare l’economicità del sistema;
    • dialogare in tempo reale con i cittadini, per aumentare il loro livello di responsabilità, la coesione, la resilienza.

In attesa di trovare una classe dirigente e politica responsabile cosa fare? Molto, perché:

  • l’evoluzione del sapere dipende dalla capacità di proporre nuovi livelli di organizzazione che dipendono in misura assai limitata dai poteri centrali;
  • i nuovi strumenti sono caratterizzati dal basso livello del capitale fisso, come si può evincere dal calcolo delle risorse naturali a livello locale o dalla nuova generazione di FabLab, unità che fanno scuola, producono, metto a disposizione della comunità gli strumenti per produrre.

In una situazione con la cultura e il reddito medio italiano la gran parte dei cittadini ha la potenzialità per aumentare le sue capacità e passare da consumatore a produttore innovativo.

Nostra responsabilità, limitatamente alla potenzialità dei nostri mezzi, è metterli in condizione di farlo.

Giuseppe Longhi

(*) Urbanista, Università di Venezia I.U.A.V.

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Informazioni su Daniela Mainardi

medico vivo e lavoro a Milano
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