L’altra città

L’altra città e la metamorfosi urbana –  di Pasquale Persico

murales_montreal_01Una definizione ampia di altra città, con riferimento al tema del transitorio nello spazio urbanizzato, implica una rivisitazione del concetto di città come infrastruttura complessa dell’abitare e del produrre.
Questa infrastruttura complessa, che chiamiamo ancora città, ha perso nel tempo i caratteri identitari che la definivano come un insiemi di “ luoghi” o ambiti capaci di mantenere nel tempo una riconoscibilità specifica, spesso coerente con i caratteri ambientali della regione ecologica di appartenenza. Nei territori a forte urbanizzazione la qualità del paesaggio è sconnessa: nella nuova desiderata e indesiderata città si produrrà in maniera crescente il nuovo PIL del mondo, con diversi gradi di disuguaglianza territoriale e sociale.
È possibile allora lavorare e immaginare una nuova transizione di queste aree verso un’altra città che aiuti lo spazio frammentato a riconnettersi, a rammendarsi fino ad essere riconosciuto come città più sobria, con valori diversi, più attenta all’ambiente ed ai beni relazionali? L’arte del rammendo è l’arte dell’intervento nell’Altra Città che vuole ricucire lo strappo tra l’urbano ed il rurale, il centro e le periferie, il ricco ed il povero, l’incluso e l’escluso. La rimozione delle barriere visibili ed invisibili dell’esclusione è il programma utopico di riferimento (l’Utopia annunciata da Marc Augé della città di tutti).
Si tratta allora di aprire nuovi spazi (fisici e mentali) dove il processo è più importante del progetto e dove, temporaneamente il non costruito ha più importanza del costruito. La sottrazione riprende il suo carattere addizionante per immaginare nuovi beni comuni e relazionali, capaci di aggiungere alla comunità nuove virtù civiche, nuove urbanità di senso, in cui appartenenza ed identità non abbiano i caratteri dell’isola o dell’enclave ma definiscano la voglia nuova di ibridarsi basandosi sui concetti di inclusione e di fertilità.
L’architetto si fa ombra per illuminare le relazioni degli individui scoprendo le loro relazioni immateriali, scoprendo la loro voglia di altra città, e li aiuta a riconoscere le trasformazioni fisiche necessarie a far vivere bisogni ed emozioni, allontanando le ipotesi di comunità forzate che finiscono per avviarsi verso percorsi impropri.
Un inventario delle esperienze realizzate nell’altra città, nei territori frammentati delle aree metropolitane ed in quelle a forte discontinuità urbana è oggi necessario per immaginare una tassonomia evolutiva della città di transito e valutare la carica innovativa della speranza di una metamorfosi virtuosa, dove i temi della condivisione, dell’integrazione e della responsabilità, nelle forme e nei contenuti, possano trovare ascolto nella nuova pianificazione strutturante e cognitiva.
Il passaggio dall’inventario delle esperienze al catalogo delle metamorfosi non è facile.

Occorre impegnarsi per trovare dispositivi (istituzionali, politici, economici e sociali) che colgano le nuove opportunità che ogni metamorfosi contiene, per eliminare i timori (quelli che sentiamo da tempo ed ogni giorno) di non avere la capacità di uscire dalle difficoltà.
Deve nascere un approccio resiliente basato sulla base sociale di riferimento, che si prende carico della trasformazione possibile. Si tratta di ipotizzare che le difficoltà dei territori e delle città possano essere superate se dalla Città per Progetti si riesce a passare al concetto di Città rigenerativa che presuppone l’identificazione di una nuova base sociale quale presupposto di una nuova tessitura territoriale in grado di produrre valore economico e valore sociale. In sostanza, beni economici e beni comuni a-specifici e specifici devono nascere o manifestarsi.

In passato, quando la soggettività era in campo, le comunità hanno dimostrato di saper conservare la resilienza del territorio in termini di reversibilità o riuso, hanno moltiplicato le soluzioni tipologiche, tecniche e formali, spesso finalizzate al risparmio energetico ed economico, mostrando una sapienza nell’uso dei manufatti sia in fase di localizzazione che di costruzione e perfino prefigurando un’idea lungimirante di manutenzione.
Oggi, la manutenzione del futuro è diventata il concetto assente nella progettazione, quasi che i condizionamenti ambientali ed il progetto della Natura, e dei diversi gradi di naturalità, non avessero soggettività o incisività nel tempo e nello spazio dell’abitare. La capacità ecologica dei siti è ignorata e così il significato di rete ecologica esistente come se questa non fosse correlata all’area vasta di riferimento: nascono così costi non previsti come emergenze sopravvenute.
L’appartenenza ad una comunità è fondata su un insieme di esclusioni ed inclusioni, dalla capacità di non costruire pareti tra luoghi della città ma membrane tra luoghi dialoganti. È la comunità con la sua leadership che decide le regole di appartenenza, cercando di adottare regole per regolare il conflitto. Non esiste un terreno neutro in astratto (spazio pubblico) ma esiste un terreno di confronto e di conflitto dal quale nasce il senso dell’appartenenza.
L’epoca in cui alcune nazioni europee si percepivano come centro direzionale del mondo è finita. Le città (le Altre Città) si devono impegnare a concepire progetti aperti, grandangolari, in una prospettiva di missione definita da una visione strategica, per rinnovare efficacia ed efficienza, anche dei sistemi istituzionali.

Ad ognuno toccherà aprire un laboratorio prima mentale, di spessore. Deve nascere nella città in transizione una strutturazione degli spazi in cambiamento: ogni progetto o processo attivato dovrà avere una dimensione culturale nuova con impatto fisico percepibile e qualificato, in termini qualitativi e quantitativi, fino a confermare l’aumentata leadership dell’istituzione comunitaria di riferimento.
Essere pervasivi, radicali e rigenerativi deve poter significare nuova capacità di diventare rabdomanti di un territorio che deve trovare sorgenti e risorgenze dimenticate o inattese, ma significa anche credere alla metamorfosi urbana dell’eredità materiale e immateriale che è la città, infrastruttura complessa da riposizionare nell’area vasta.
In definitiva l’Abitare la transizione di cui si parla ha il compito di una costruzione sociale di senso su argomenti chiave a cui abbiamo già fatto cenno ma che devono trovare una chiave di condivisione esplicita.

Si tratta di rivisitare il tema degli standard in una prospettiva affatto standardizzata, e forse anche “indisciplinata”, per aggregare nuovi bisogni e prospettive. Riscrivere la storia della città e del territorio deve diventare narrazione nuova, nella quale la diversità delle storie delle “altre città” nella città diventa opportunità per valorizzare architetture e forme insediative: una nuova semantica degli spazi comuni aperti, per dare allo spazio urbano un nuovo ruolo contemporaneo.
Una città dai confini culturali e funzionali, riposizionati da una pianificazione debole e creativa, ha probabilità più alta di farsi riconoscere come città contemporanea che si avvantaggia della creatività policentrica di imprese, famiglie ed istituzioni.
Si tratta allora di contrapporre all’attuale tendenza del modo di costruire infrastrutture, che in effetti favorisce la nascita di enclave urbane separate dal contesto, la possibilità di costruire nuovi arcipelaghi interconnessi, evitando di mitizzare il centro o i centri come unica struttura di gravità.
La convergenza tra Città e Altra Città potrà esserci solo temporaneamente come primo tempo di programmazione, ma i confini mobili della città metropolitana alimentano, con l’allargamento dei mercati, la nascita di nuove altre città, vicine o lontane, come nuovo campo di ricerca sulla Città Possibile.
Pasquale Persico
Scuola di Dottorato “A. Genovesi” dell’Università degli Studi di Salerno

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Informazioni su Daniela Mainardi

medico vivo e lavoro a Milano
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3 risposte a L’altra città

  1. Gas Spaventaprezzi ha detto:

    Come rappresentante di un gruppo di acquisto solidale ho proposto dentro la commissione Attività produttive- nell’ambito delle ” Filiere agroalimentari ” di zona 7 – un incontro che dovrebbe svolgersi attorno al tema della percezione del gusto attraverso le culture alimentari delle metropoli, nel nostro caso di MI città metropolitana, così da raggiungere l’obiettivo di far convivere esperienze diverse e creare sostenibilità sociale e produttiva con lo scambio di tradizioni e produzioni. Il tema dovrebbe essere affrontato con esperti universitari proposti dall’associazione Caffè Scienza, operativa a MI, oltre che in varie città italiane, Mi sembrerebbe un utile raccordo con quanto esposto da Persico nel suo interessante articolo.
    Clara Sestilli

    • laura ha detto:

      Ottima iniziativa. la mia riflessione però è sempre la stessa: chi davvero viole questo?
      vogliamo meno impatto sul territorio e + integrazione città-campagna…… ma se non riusciamo neppure con la rete via etere a coprire con una banda “larghina” il territorio, figuriamoci il resto. In città fibre fibrissime….in collina non prende neppure il GSM !

      Per integrare città e campagna va abbattuto il MURO che le divide, ovvero vanno CONNESSE, anche con la rete e con sistemi di trasporto-logistica COLLETTIVI….e finiamola con le nuove autostrade!!!!

  2. Pingback: Edilizia sostenibile: l'altra città e la metamorfosi urbana

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