Percepire il vuoto

Da un esercizio Bobath nasce il vuoto, si spegne la dialettica e …. arriva la paura di perdere l’equilibrio . di Carlo Alberto Rinolfi (*)

hawking vola nello spazio

Hawking vola nello spazio

“Dov’è finito il mio piede sinistro? Non ho più il polpaccio, dal ginocchio in giù c’è solo il vuoto!”. E’ quello che sto provando nell’alzarmi dal lettino mentre appoggio la gamba destra su un piccolo sgabello e la sinistra punta dritta sulla terra. La sensazione è precisa, non ho più la gamba sinistra e, se il terapista togliesse il contatto delle sue mani dalle mie anche, cadrei a terra come sasso spaventato. Se non avessi totale fiducia nella sua professionalità, sarei nel panico.La paura scatta immediatamente con la sensazione del vuoto, è come se la percezione di un’assenza generi in me automaticamente la perdita delle sicurezze legate all’equilibrio. Succede sempre: quando i terapisti in addestramento mi prendono una mano o un piede e poi li mollano di colpo nell’aria, il disastro è totale. Non hanno ancora capito che possono lasciare la presa solo quando il mio corpo ha sostituito il contatto delle loro mani con un equivalente del lettino o del pavimento . Il mio corpo non sopporta le assenze improvvise di contatto.

Assenza di che cosa? In questo caso si tratta delle informazioni sul contatto col terreno che comunicano pressione alla pianta del mio piede. La mia mente si aspettava di percepire, attraverso il piede sinistro, tutto il peso del mio corpo alzato.  Invece ha sentito il “vuoto”. Non trovo altra parola per descrivere un’assenza inattesa che è la scomparsa di una presenza considerata realtà fisica, oggettiva e indiscutibile. Mi aspettavo di percepire il solido rassicurante del “pieno” e adesso sento chiaramente la leggerezza dello spazio siderale. Uno spazio del tutto privo della legge di gravità, una sensazione che forse provano gli astronauti.

Il terapista conferma le mie osservazioni dicendo che la stessa esperienza accade ai pazienti nelle mie condizioni, cita rapidamente sistemi a me poco noti che sanno di propriocettivo, poi mi guarda negli occhi invitandomi a fermare il pensiero e a concentrarmi sulle sensazioni delle gambe. Devo smettere di ragionare sul significato di ciò che non sento. Sa che sto pensando al “vuoto” e che sta per aprirsi il vaso magico delle mie riflessioni sulla relazione mente-corpo, sulla struttura del pensiero e le regole del cammino, ma soprattutto sa che l’esercizio Bobath prevede un apprendimento di tipo non cognitivo. Se parlo o penso in modo logico, attivo una parte della corteccia che inibisce altre parti più automatiche del cervello, proprio quelle che lui vuole attivare.

Ha ragione e lo assecondo.  Mi taccio e concentro l’attenzione su ciò che sento nella gamba destra appoggiata sul piccolo sgabello. Il corpo però cerca ugualmente di parlare a modo suo e sposta il peso sul ginocchio destro che preme lo sgabello cambiando tutti i segnali che mi attraversano le gambe e l’addome, così sente di più la gamba destra. L’esercizio ha però lo scopo opposto, quello di farmi sentire la sinistra e il terapista me lo ricorda. Ci provo e col passare dei secondi percepisco qualche sensazione confusa dalla gamba che è sparita, ma arriva anche una fatica di enormi proporzioni. Mi risiedo per prendere fiato. Sono sconcertato per quanto è faticoso passare dal vuoto al pieno e penso che l’azione inconsapevole di spostare il centro di gravità sulla gamba più sana sia stata la risposta involontaria alla sensazione di assenza della gamba sinistra. Era un tentativo di percepire una posizione nello spazio e non cadere, o era la ricerca della soluzione apparentemente meno faticosa?

Senza la sinistra non sono caduto solo perché le mani del terapista mi mettevano in contatto le due anche e perché sentivo qualche cosa nel ginocchio piegato della gamba destra.

Tre punti di contatto sono sufficienti per stabilizzare ogni corpo fisico e anche il mio. Tre punti danno stabilità al sistema e tengono in equilibrio il suo centro di gravità, è la regola che funziona per il mio corpo come per quelli inanimati. La differenza è che il mio punto di equilibrio cambia in continuazione mentre il corpo si adatta all’ambiente e si muove.

Se dicessi al terapista che nelle regole dell’equilibrio potrebbe nascondersi la spiegazione neuro-fisica della dialettica tra la tesi e l’antitesi che genera la sintesi, o della trinità in cui lui crede, rischierei di deconcentrare il mio giovane amico e interrompere l’esercizio.

Mi trattengo a stento ma non posso non abbinare il bisogno dell’equilibrio fisico-mentale con quella di un centro di gravità fisico-mentale. Come le mie gambe, i pensieri opposti cercano una soluzione alla loro tensione di squilibrio, cercano una condizione di equilibrio che ruoti attorno al suo centro di gravità. Un equilibrio che è sempre dinamico e mai fisso e assoluto, come lo è del resto ogni verità o sintesi dialettica .

Per il mio amico però la verità assoluta esiste nelle certezze della sua fede e non me la sento di mettere in discussione una convinzione che lo rende così felice. In fondo anche la mia mente ha bisogno di “credere” nel “pieno certo ” della mia gamba e nell’esistenza di un affidabile punto di equilibrio.

Mi rimane solo la possibilità di formulare una domanda sul terreno terapeutico: “Che cos’è il punto chiave centrale e la core stability per il concetto Bobath? Come si fa a crearlo col mio corpo?“ Mi rendo conto che sarebbe come chiedere “ Ccome fa il mio corpo a costruire la percezione della forza di gravità ? . Una domanda che potrebbe mettere in difficoltà anche Newton.

L’ora di terapia è finita e l’argomento è rimandato. Chiudiamo con la canzone di Battiato che piace ad entrambi:

“  cerco un centro di gravità permanente

che non mi faccia cambiare idea sulle cose e sulla gente..”

 

***

(*) Presidente, Mondohonline

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Informazioni su Daniela Mainardi

medico vivo e lavoro a Milano
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