Riabilitazione e Relazione

Riabilitazione e relazione: riflessioni sul legame tra fisioterapista e paziente – di Vincenzo Russo (*)

transfert  psicologico

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Può succedere, a volte, che due termini  si percepiscano con assonanze molto vicine salvo poi scoprire che il loro reale significato così vicino non è. Oppure che essi appaino fortemente intrecciati l’un l’altro a seguito di speciali eventi che li fanno percepire dall’interessato come addirittura sinonimi, ma che tali in realtà non sono. Inoltre capita che due termini sebbene con significati differenti possano, o addirittura ci si auguri, rinforzarsi reciprocamente tale per cui il risultato atteso viene ampiamente superato proprio grazie al loro reciproco rinforzo. Si tende in tali circostanze, specie da parte dell’interessato, a richiamare i due termini con la medesima significanza proprio in virtù del fatto che loro integrazione è stata alla base del loro benessere. Relazione e riabilitazione possono, anzi, è bene che stiano insieme. Ma non sono la stessa cosa. Quanto più bilanciata risulta la loro coesistenza tanto più proficuo è l’intervento. Viceversa, quanto più si confonde la loro specificità tanto più si smorza l’efficacia dell’intervento. E allora andiamo a vedere un po’ più da vicino cosa vuol dire relazione e riabilitazione.

Tutti siamo, volenti o nolenti, relazioni. Alcune le scegliamo, ad esempio gli amici, altre, le più numerose, le dobbiamo per forza accettare come ad esempio i genitori. A seconda dei contesti dati le relazioni mutano senso e agiti. Andare in posta attiva specifiche relazioni che non essere al bancone del fruttivendolo. Possiamo poi considerare un po’ lo “spessore” specifico delle singole relazioni, che possono essere formali o informali. Sul posto di lavoro le relazioni sono più o meno filtrate da regole formali scritte cui tutti si devono attenere. Al bar tali regole decadono e le relazioni sono senz’altro meno filtrate, ovverosia più informali. E’ importante tenere presenti tali accenni perché spesso confondiamo il senso del termine “relazione” a seconda del contesto situazionale che viviamo. Ossia, pur usando lo stesso termine intendiamo cose assai diverse. Sia con gli amici, che con i genitori, che con i propri partner affettivi, sul lavoro come al supermarcato siamo immersi in una rete di relazioni ma esse traggono colore a seconda dei contesti in cui il termine è calato. Ma il punto più delicato è che cosa solitamente si intenda  per relazione. Senza star qui a dare lezioncine, con il termine relazione si sottointende l’esistenza di un legame. Un legame che per i due o più protagonisti assume forte significato sia simbolico che funzionale a seconda del contesto dato. Tra due fidanzati un legame fortemente simbolico per un lavoratore fortemente funzionale. In realtà ogni legame riveste sia caratura simbolica che funzionale ma a seconda della situazione prevarrà una delle due. Altra caratteristica in base a cui differenziare una relazione è la reciprocità. Tra marito e moglie oppure tra genitore e figli il legame è basato su una reciprocità riconosciuta e condivisa accettata dagli attori in gioco. Ossia il procedere del complesso di azioni e reazioni caratterizzanti il contesto nel suo insieme, sebbene abitato da generi, ruoli, funzioni e capacità diverse tali variabili presentano il medesimo “peso” specifico in termini di senso e valore. Il marito non vale più della moglie perché aggiusta la bicicletta di lei. Come questa non vale di più perché usa meglio il computer del marito. Il sistema in cui si agisce trae senso e valore dall’humus di sentimenti e affetti con cui il sistema è concimato e che non necessita essere messo per iscritto. Basta il volersi bene e ognuno fa ciò che deve.  Lo stesso meccanismo agisce nelle relazioni amicali. Il legame invece che esiste in un contesto formale, lavoro, associazione,organizzazione e così via, quantunque reciproco fonda la sua legittimità su una documentazione scritta cui attenersi pena la decadenza dell’appartenenza. Il legame è reciproco però filtrato da norme. Insomma in tali contesti non basta volersi bene.

Diamo ora brevemente uno sguardo al termine riabilitazione. Ci sono per fortuna molte meno sfumature per tale termine. Con riabilitazione si intende comunemente recupero, riattivazione oppure reintegrazione. Il senso sotteso al termine focalizza una situazione in cui l’azione mira a ripristinare( recuperare,riattivare, reintegrare) una condizione precedente lesionata da eventi dannosi. In tale contesto è evidente come in esso il tipo di relazione non possa che prevedere, solitamente e formalmente, almeno due attori legati reciprocamente ma in senso solo funzionale. In una situazione di riabilitazione fisioterapica necessito non tanto l’amico quanto un terapista competente. In una vertenza giudiziaria prima della fidanzata viene un buon avvocato. I legami che stabilisco in tali contesti non riguardano tanto l’affettività quanto la reciproca convenienza. Ed essa si dipanerà via via tra prestazioni e compensi economici previsti. Non c’è nulla che obblighi ad una relazione reciprocamente significativa dal punto di vista emotivo-affettivo. Ciò che prevale è il reciproco interesse funzionale. In tali relazioni per quanta stima io possa nutrire il terapista tale rimane come pure l’avvocato. Si è in presenza di competenze e saperi che per quanto informali risultino i legami questi non intaccano l’asimmetria della relazione. Da una parte c’è uno che sa e che può e dall’altra uno che non sa e che non può.

E allora per concludere ci domandiamo se relazione e riabilitazione possono convivere e se una può diventare l’altra. Che possano convivere senz’altro. Purché opportunamente bilanciate. Che una relazione sia anche riabilitante non ci piove. Da un certo punto di vista questo in qualche modo accade un po’ sempre. Volersi bene fa star meglio, è evidente. Attenzione però a non vestire i panni della croce rossa. Come pure che una relazione riabilitativa sfoci in una relazione ci può stare, quanto meno in teoria. Intendo qui ovviamente in una relazione emotiva-affettiva di tipo esclusivo. Personalmente però nutro scetticismo per tale possibilità.

(*) Docente  universitario, Fondazione  Don Gnocchi Milano

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Informazioni su Daniela Mainardi

medico vivo e lavoro a Milano
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