Iperspazio, terapia personale

Iperspazio personale e prossimale : la sacra porta che introduce all’apprendimento dei pattern automatici della locomozione. Di Carlo Alberto Rinolfi.

spazi personali

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L’anziana donna dai capelli bianchi e arruffati che incrociavo la mattina tra i “dormienti” si chiamava Sandra. Faceva parte dei pazienti più autistici e meno autonomi che non potevano accedere alle palestre per le terapie. Nei centri di riabilitazione, si trovano di solito raggruppati in un punto ben visibile del corridoio durante le ore del mattino. Sandra non parlava, era quasi immobile appollaiata sulla carrozzina con la testa reclinata  sulla spalla sinistra che le torceva tutto il corpo . Osservava le dita della sua mano destra che pizzicavano il bordo del porta vivande in dotazione alla seggiola a rotelle. E’ come se cercasse di segnare i confini del suo territorio. Mi ricordava mia figlia quando si impegnava a spalmare il formaggino sul seggiolone e poi rideva guardandomi soddisfatta. Lei però lo faceva per intere ore. Una mattina mi avvicinai e, come d’abitudine , le rivolsi sottovoce il mio “Ciao”. Sapevo di attirarmi la disapprovazione delle infermiere. I dormienti non si devono “svegliare” e poi di Sandra tutti avevano un poco di paura. Le stavano alla larga e quando erano costrette ad interagire cercavano di comandarla bruscamente nel tentativo di prevenire le sue urla e reazioni aggressive. Lei però quella mattina fermò il suo impegnato pizzicare e, nel riconoscermi, fece un cenno di gradita sorpresa con il capo. Con molta delicatezza mi misi  ad accarezzare con un dito un centimetro del bordino in plastica bianca che stava esplorando. “ Ciao Sandra, come stai, posso anch’io?”. Lei sorrise allusiva accettandomi nella complicità suo spazio e riprese a pizzicare lasciando fare anche a me la stessa cosa.

Di che spazio si tratta? E’ di certo uno spazio di carattere vitale oltre al quale l’intervento di un estraneo tocca direttamente le sensibilità più profonde del cervello di Sandra e , a seconda di come viene fatto, innesca processi di rifiuto e reazione o di accettazione e collaborazione. Gli antropologi  degli spazi intimi e personali (1) lo collocano al di sotto dei 40 centimetri di distanza e gli psicologi parlano del regno dell’amigdala . Lo conoscono bene tutti i pazienti che si devono far manipolare il corpo dal personale dell’ospedale, ma qui c’è dell’altro. Perché Sara esplorava con le dita i confini del suo seggiolone? Che cosa stava cercando di scoprire o di ridefinire o riordinare?

Non era in semplice gioco . Sembrava un lavorio all’interno del suo spazio personale prossimale e quel suo territorio vitale così ristretto al bordo del ripiano pareva indicare sin dove arrivava la sua disponibilità di interazione , il grado di apertura della sua identità. In fondo quella “era” l’identità della donna sul seggiolone . Quello spazio non le era  solo prossimale perché raggiungibile dai suoi arti , lo era anche per la sua mente. Era il guscio del suo “iperspazio personale” . Al suo interno era il regno dei  mondi e delle storie più intime in un vortice di sensibilità e di dialogo interiore, al suo esterno si trovava la quasi totale assenza di ogni percezione e relazione .

Se si vuole entrare in un simile spazio, bisogna sapere che è Sacro perché per è nel contempo misterioso e vitale. Nel caso di Sandra si doveva essersi confuso  e ristretto non solo per la malattia. Dovevano esserle mancati anche gli affetti visto che da molti mesi non riceveva più visite di parenti.

A me, la lesione del midollo ha generato un effetto amplificato. Mi ha reso subito ipersensibile ai rumori inattesi e agli urti che lo spazzolone dell’operatore affibbiava alle gambe del mio letto mentre lavava il pavimento o che il fisioterapista infliggeva al lettino della palestra. Con gli anni è diminuita l’ipersensibilità agli eventi inattesi  ma è rimasta la sensibilità per il contatto fisico  con le persone. Credo che sia così per molti mielolesi come me . In ogni caso è lo spazio nel quale opera ogni fisioterapista non appena mette le sue mani sul corpo del paziente . Il contatto delle mani arriva a distanze e punti intimi che si connettono inevitabilmente al sistema delle emozioni. Gli esercizi che facciamo liberano in continuazione emozioni che nel caso del Bobath non sono solo di paura ma anche di sollievo e  persino di gioia.Questa intromissione nel nostro spazio più intimo e personale non è dunque solo fisica e attiene alle sfere di apprendimento basilari. Per Lev. Vygotskij lo “spazio prossimale”  è “La divergenza tra il livello della soluzione dei compiti svolti sotto la guida o con l’aiuto degli adulti e quelli svolti da solo, definisce la zona dello sviluppo potenziale del bambino .” E si sa che quando il bambino impara a camminare non entra in gioco il solo apprendimento cognitivo ma anche la maturazione dei processi evolutivi della sua crescita corporea. Anche per me si tratta di apprendere , o meglio ri-apprendere, automatismi inconsapevoli ed evolutivi del cammino  che devono ritornare ad essere parte  della mia identità. Io lo “spazio prossimale” lo sento sulla mia pelle , ha forma fisica concreta e non è solo un’astrazione intellettuale separata dal mio corpo.

Molta della bontà dei risultati di una seduta terapeutica dipende da come si approccia  e gestisce questo spazio . Come per Sandra è in gioco un rapporto carico di significati emozionali .

Di che tipo di rapporto si tratta? E’ di sicuro anche emotivo , è un rapporto particolare di cui il professionista deve essere consapevole ed è tenuto a guidare . Non è facile perché questo genere di lsvoro ha bisogno di un dialogo con la parte del cervello più emozionale e meno conscia di entrambi  . La mente del terapista ,oltre alla visualizzazione precisa di tutte le connessioni fisiche e posturali che attiva , deve anche di entrare in sintonia con le mie emozioni ( la paura di cadere) , la mia volontà ( il desiderio di fare) , i miei automatismi di reazione  ( le compensazioni alle mie abilità addormentate ) . Io invece devo smettere di ragionare e mi devo “lasciare andare” .

Dopo tanti anni di terapia mi sono convinto che l’apprendimento di pattern inconsapevoli e automatici che legano postura – gravità – equilibrio – cammino richiede dei veri professionisti del mio “ spazio neuropsicologico cutaneo ” (2).

E‘  lo spazio in cui si è più vicini alle trasformazioni materiali  del mio corpo. Il contatto “pelle a pelle”genera perturbazioni intense e trasformazioni  bioelettriche e biochimiche nel mio corpo. A seconda di come lo si usa si facilita la attivazione di nuove sinapsi a livello corticospinale o di nuove plasticità neuronali nelle aree non danneggiate del midollo e del cervello.

Questo tipo di processo terapeutico si blocca se il sistema terapista-paziente utilizza solo le forme logico/cognitive della comunicazione o se il paziente è trattato come un oggetto fisico e passivo al quale imporre con la forza i movimenti degli arti.

Non so in che misura  questi aspetti siano studiati nelle Università che formano i fisiatri e i fisioterapisti italiani . Io ne ho incontrati molti con tanta buona volontà ma con una formazione più “anatomico-meccanica “ che “neuro-relazionale”  . L’utilizzo consapevole dei processi dell’empatia e le tecniche della comunicazione analogica e non verbale dovrebbe però essere incentivato . Sono loro le chiavi di volta per ottenere dei buoni risultati. Mi riferisco a quel genere di comunicazione che dà il significato alle parole. E’ lo sguardo, il tono e il movimento delicato col quale ho chiesto “posso?” alla mia amica Sandra ad avermi consentito l’accesso al suo spazio personale. Un buon “Report” si costruisce rispecchiando l’interlocutore . Nel nostro caso il fisioterapista dovrebbe  simulare su se stesso il nostro stato emozionale, la postura, il movimento, la respirazione e persino il tipo di perturbazione che percepiamo quando sentiamo le sue mani.  Dovrebbe entrare nella pelle del suo paziente per poter pizzicare il bordo del suo sacro seggiolone.

(1)   Spazio personale : è stato introdotto nel 1966 dall’ antropologo Edward T. Hall, che ha creato il concetto di prossemica. Nel suo libro, La dimensione nascosta, descrive le dimensioni soggettive che circondano ogni persona e le distanze fisiche che cercano di tenere da altre persone, in base alle regole culturali sottili. Le stime per un occidentale medio lo collocano a circa 60 centimetri  su entrambi i lati, 70 centimetri  di fronte e 40 centimetri dietro.

(2)Spazio neuropsicologico .La  neuropsicologia descrive spazio personale e ne  individua tre tipi :

  • Spazio extrapersonale: Lo spazio che si verifica al di fuori della      portata di un individuo.
  •  Spazio peripersonale: Lo spazio      alla portata di qualsiasi arto di un individuo.
  •  Spazio pericutaneous: Lo spazio appena al di fuori del nostro corpo, ma che potrebbe essere vicino a toccarlo. I campi percettivi visivo-tattili  si sovrappongono nella costruzione  di questo spazio in modo che, per esempio, un individuo potrebbe vedere una piuma  che non tocca la sua pelle, ma procura  ugualmente sensazioni di solletico .
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Informazioni su Daniela Mainardi

medico vivo e lavoro a Milano
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