Tilapia

La tilapia, il pesce che sfama il mondo: dopo paella, bulghur, cous-cous e sushi… di Franca Castellini Bendoni .

Tilapia, varietà RojaNel ‘nostro’ mondo occidentale i gusti e le tendenze per il new food  spingono alla ricerca di novità da sperimentare, grazie anche ai programmi di cucina  che impazzano su tutte le reti e non solo in Italia. L’aspetto positivo di questa ondata di passione per i fornelli è che sempre più di frequente passano messaggi verso l’utilizzo di prodotti del territorio, il rispetto della stagionalità di frutta e ortaggi, i consigli per una dieta equilibrata, i richiami verso quei prodotti alimentari finora considerati poveri ma con qualità nutrizionali e organolettiche importanti. E spesso il discorso vira verso l’esplorazione di alimenti a noi sconosciuti, ma che la crescente immigrazione porta sui nostri mercati perché richiesti da chi ormai risiede stabilmente nel nostro paese.

Anche i prodotti ittici stanno vivendo momenti di popolarità, soprattutto il pesce azzurro, disponibile ed economico oltre che  per i suoi pregi di salubrità e che ormai anche i palati fini non disdegnano per tutti i vantaggi dietetici che offrono. Purtroppo la pesca intensiva delle specie più richieste, tonno, pesce spada, salmone e branzini non di allevamento, sta impoverendo  tutti i mari. L’acquacoltura sta diventando al riguardo una valida alternativa per poter soddisfare la crescente richiesta di pesce: studi e ricerche stanno considerando specie diverse, allevabili in cattività e di buone prospettive economiche.

Fra queste, l’attenzione sta puntando  sulla Tilapia, che vive  sia in mare che in acque dolci: è un alimento molto diffuso in Africa, Sudamerica e Asia.

paesi produttori di tilapia

Paesi produttori di tilapia

Ne esistono varietà diverse, frutto di incroci artificiali, e soprattutto è facilmente allevabile, tanto da essere annoverato fra i primi 5 pesci più allevati in acquacoltura grazie ai seguenti fattori: rapida crescita, maggiori dimensioni rispetto ad altre specie d’acquacoltura (raggiunge una lunghezza di 50 cm e un peso di 6 kg), ha uno straordinario potere riproduttivo (raggiunge  la maturità sessuale già all’età di sei mesi e cova le uova –  circa 1500 per ogni chilo di peso corporeo – ogni 6/ 8 settimane), ha un buon rapporto qualità/prezzo, in termini anche nutrizionali, superiore ad altre specie commerciali, ed una produzione annua elevata. Da queste caratteristiche si evince come la tilapia sia destinata a sopperire in buona parte il prodotto ittico ormai mancante nei nostri mari, aprendo così nuove strade nel settore dell’acquacoltura e della pesca in genere. [1]

Secondo il Prof. Kevin Fitzsimmons del Dipartimento Soil, Water and Environmental International Science dell’Università dell’Arizona,  Tucson, la tilapia nilotica potrebbe avere tutte le carte in regola per diventare una sorta di “pollo d’acqua del XXI secolo”. Si tratta, infatti, di una specie di notevole rusticità, che cresce in fretta e costa poco: ormai la tilapia ha assunto le caratteristiche di un prodotto di massa, tanto che in Cina l’acquacoltura è rapidamente arrivata a dominarne la produzione e ne  ha fatto il prodotto di punta alla voce ‘esportazione’ dell’alimentare,  invadendo i supermercati di mezzo mondo.  Tuttavia negli Stati Uniti gli ambientalisti hanno espresso una certa riserva sul prodotto cinese, a causa di standard di produzione che utilizzano elementi nocivi per l’uomo (monossido di carbonio, usato per la conservazione – Il Sole 24 ore e Business Week, ottobre 2010).

In Europa sappiamo esserci controlli più rigorosi, anche da parte degli importatori: un recente esempio ci viene dalla Svizzera, dove Migros garantisce la vendita di filetti di tilapia surgelati con il marchio internazionale di certificazione ASC – Aquaculture Stewardship Council, un’organizzazione di pubblica utilità fondata su iniziativa del WWF, che ha elaborato degli standard che garantiscono un allevamento responsabile di pesci e frutti di mare senza compromettere la biodiversità regionale; nel caso della tilapia in particolare ha elaborato linee guida vincolanti, oltre al rispetto anche di standard socioeconomici come l’assenza di lavoro minorile e salari equi per i lavoratori.

La Tilapia (nome comune per quasi un centinaio di diverse specie di Ciclidi appartenenti alla famiglia delle  Tilapiine, nella sottofamiglia Pseudocrenilabrinae), ha un suo pedigree storico: in Africa e in Oriente ha costituito una fonte significativa di proteine per migliaia di anni, gli antichi Egizi la allevavano in stagni collegati al Nilo. Ce n’è traccia anche nei geroglifici dell’epoca. Sembra che il suo nome derivi dalla parola Tswana per i pesci: thiape (Tswana è una lingua bantu, appartenente alla famiglia delle lingue del Niger-Congo). Questo pesce argenteo ha valori nutrizionali interessanti: come detto è ricco di proteine, fornisce anche importanti vitamine e acidi grassi benefici. Secondo nutritiondata.com,  il filetto di tilapia contiene mediamente 85 kcalorie/100 g, con solo 1 g di grassi (di cui 0.6 non saturi), con solo 50 mg di colesterolo e con 18 g di proteine; è inoltre un’ottima fonte di vitamina B3 (niacina), vitamina B12 e selenio.

In Italia – per ora – la produzione è ancora in fase sperimentale, vi sono tuttavia  piccoli allevamenti di produzione, che in estate riforniscono di pesce vivo laghetti da pesca sportiva, oppure producono avannotti usati nelle risaie per il diserbo. La Tilapia Nilotica (insieme a quella Aurea, è la specie che ha più successo in acquacoltura per la sapidità e la consistenza delle carni) arriva da vari paesi produttori quali Indonesia, Honduras, Messico, Kenia, Brasile dove la produzione è in grande crescita; ma non c’è dubbio che in tempi brevi ci potrà essere  anche questo pesce nella nostra ‘lista della spesa’, grazie a prezzi inferiori a quelli di spigole, orate, ed altri pesci più nobili.

Il mercato:Secondo i dati FAO[2], la produzione mondiale di Tilapia Nilotica in acquacultura è cresciuta in modo significativo, passando dai circa 300 Gg (gigagrammi o migliaia di tonnellate) del 1990 agli oltre 2.400 Gg nel 2010, ed è diventato il secondo maggior pesce da allevamento dopo la carpa. La Cina è il primo produttore mondiale di Tilapia (Taiwan detiene il 70% delle esportazioni mondiali di questo pesce), seguito dall’Egitto dove viene allevata in maggioranza la specie Oreochromis Niloticus. I più forti consumatori di tilapia sono gli Stati Uniti, dove le importazioni sono passate da 1,5 milioni di tonnellate nel 2003 a 2,5 milioni di tonnellate nel 2010, per un valore di oltre 5 miliardi di dollari.

Global acquaculture productin of Oreochromis niloticus- FAO Fishery Statistic

Global acquaculture productin of Oreochromis niloticus- FAO Fishery Statistic

La tilapia ha altri sbocchi commerciali, al di là del canale alimentare: lo scorso marzo, il National Department of Works Against Drought (DNOCS) in Brasile ha avviato due impianti per la lavorazione degli scarti di tilapia da trasformare in biocarburante, offrendo così anche una soluzione ai problemi ambientali generati dai rifiuti ittici. La produzione dei due impianti si stima potrebbe arrivare a produrre 16.000 litri di biocarburante al giorno. Un altro impiego interessante viene dall’utilizzo della pelle nell’industria della pelletteria e dei cosmetici: una società honduregna esporta pelle di tilapia per la produzione di collagene, con un giro di affari di circa 600.000 dollari.


[1] Fonte: Alibrandi E.,2010. “ Tilapia: la nuova frontiera dell’acquacoltura”

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Informazioni su Daniela Mainardi

medico vivo e lavoro a Milano
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