Le età del futuro 1

LE ETA’ DEL FUTURO  , i segreti della nuova longevità . di Pietro Enrico Corsi (*)

Shirley_Maclaine_Deauville_2011

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Raggiungere i 130 anni di vita media in questo secolo non sembra più un sogno. E andare anche oltre appare una sfida possibile.

Il fenomeno della longevità sta ormai manifestandosi in tutto il mondo. Ed il nostro Paese è nei primi posti di tale classifica con un quasi raddoppio della durata media della vita nell’ultimo secolo. Quarantacinque anni era infatti all’inizio del 1900, che sono divenuti circa ottanta all’inizio del 2000. Un incremento di quasi l’80%. 

Quali i fattori alla base di questa esplosione ? E come gestirne le implicazioni economiche, sociali e culturali? E se questo secolo vedesse un aumento di circa la stessa ampiezza i nostri pronipoti potrebbero vivere anche fino a 130 anni? Con quali presupposti?  E quale vita avranno “i vegliardi” che non dovranno essere tali?

Tali sono i quesiti a cui ha voluto dare delle risposte articolate e il più possibile scientificamente certe la Fondazione Umberto Veronesi “The Future of Science” che per dibattere e approfondire il tema “The Secrets of Longevity” nell’ annuale Convegno ( il decimo) che ha riunito a Venezia – Isola di San Giorgio –  un parterre di esperti di primissimo piano tra cui un premio Nobel 2009 per la medicina.

Il succo delle trattazioni è stato che inesorabilmente la longevità avanza, sia per i progressi della scienza, medica in particolare, sia per il miglioramento delle condizioni igienico sanitarie,  nutrizionali e ambientali. Le statistiche lo dimostrano e  le proiezioni dicono che ben prima del  2030 in Italia il 33%  ( oggi 21%) della popolazione sarà composta da ultrasessantenni.  Vivere più a lungo deve però significare vivere bene e cioè essere sani e attivi contribuendo al mantenimento del progresso della società sia con la salute, sia col lavoro sia con la partecipazione attiva al sociale.  Come dimostrano alcune comunità nel mondo

okinawa-marathon

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come quella di Okinawa dove l’80% della popolazione è ultraottantenne ma svolge il proprio lavoro e partecipa alla vita sociale fattivamente oltre che attuare una forma di prevenzione salutistica il cui punto di forza sembra proprio essere una “restrizione calorica” forte mantenendo il livello di circa 1100 cal/g. grazie ad un’alimentazione ricca di nutrienti ma povera di calorie inutili e addirittura nocive.

A supporto del primo di questi due aspetti e cioé che una vita attiva favorisca la longevità è stato presentato uno studio, encomiabile per i tempi in cui è stato progettato e avviato e per  la dimensione del campione, a cura dell’Università del New Jersey. Iniziato nel 1925 su oltre 1500 ragazzi di entrambi i sessi fino ai15 anni di età, che all’epoca poteva garantire un ragionevole proseguimento della vita,  e completato recentemente a cura del Prof Friedman* -Psicologo-  dai cui risultati si evince che l’American Way of Life di grande impegno lavorativo, sportivo e sociale con tutti gli stress che comporta è propedeutica ad una vita lunga e sana. Sono stati citati diversi casi di  persone famose oltreoceano che malgrado i rovesci finanziari,  professionali, politici e/o familiari che li hanno costretti a sforzi immani per recuperare danaro, stima e prestigio, famiglie o amanti,  sono vissuti in buone condizioni  fino a tarda età. Il filmato di un imprenditore 102 enne alla scrivania nella sua azienda ha concluso la presentazione.

Per il secondo aspetto cioè quello dell’efficacia della “restrizione calorica” è stato presentato una relazione dal Prof. Fontana **- Geriatra- che lo supporta ampiamente. I test di laboratorio sui topi con un – 40% di calorie nella nutrizione tradizionale danno un aumento del 50% del periodo di vita. Riducendo grandemente la frequenza e i tipi di malattie. Permettendogli cioè una vita ben più lunga e anche ben più sana.

L’importanza di questi risultati appare in tutto il suo valore solo ricordando che oggi in Italia l’80% degli ultrasessantacinquenni ha una malattia cronica ed il 50% ne ha due o più.  Come disturbi cardiovascolari, tumori, diabete, demenza. Sempre in Italia oggi ad esempio il 43% della spesa sanitaria è dovuto alle necessità degli ultrasessantenni che sono il 21%.  Già oggi ma ancor più in una prospettiva non lontana la situazione diverrà insostenibile.

Non ci sarà welfare di alcuna nazione capace di supplire alle necessità degli anziani se questi non contribuiranno al suo finanziamento fino ad età inoltrata.

Occorre pertanto agire quanto prima convincendo ed istruendo la popolazione e le giovani generazioni in primo luogo della necessità oltre che della convenienza ad adottare uno stile di vita ed una nutrizione consona a permettergli di superare almeno i 70/80 anni in buona salute. Una soglia dettata dalla necessità che continuino a contribuire alla crescita del Paese senza gravare più di tanto sulla spesa sanitaria oltre a quella pensionistica

Ovviamente occorreranno mutamenti importanti  nelle infrastrutture preposte allo sviluppo e alla cura della persona. Si ipotizza di  modificare il sistema sanitario e universitario nazionale perché adottino un approccio multidisciplinare  che oltre all’aspetto curativo diano molto spazio a quello preventivo, mettendo al centro la promozione della salute dell’individuo, insieme alla tutela dell’ambiente e dello sviluppo ecosostenibile. Ricercando e concretizzando, direttamente o tramite altri, iniziative per l’adozione e l’osservanza da parte della popolazione degli stili di vita e nutritivi più sani. Coinvolgendo per esempio il sistema scolastico proprio per l’importanza di implementare queste “best practices” fin dall’inizio dell’età scolastica in modo da beneficiare appieno dei loro effetti positivi. Si presume per esempio che l’adozione della “restrizione calorica”  e di adeguati stili di vita in giovane età potrebbe ridurre il rischio d’infarto miocardico  e di ictus- oggi le prime due cause di morte- pressoché a zero.

Questa certezza ormai acquisita della possibilità di allungare la durata della vita e cioè posporre l’arrivo della vecchiaia, oltre ad eliminare una credenza molto diffusa sulla “necessità biologica“ o programmazione naturale della morte per far posto alle nuove generazioni, fa nascere necessariamente una domanda: perché si deve invecchiare se i nostri organismi sono programmati per sopravvivere?La risposta data dal Prof Tom Kirkwood ***– Biologo-  è che la sopravvivenza è costosa. Occorre investire molte energie per riparare ogni giorno migliaia di difetti che si presentano e accumulano nelle nostre cellule e nei nostri organi. Il nostro genoma ancestrale sembra  non riuscisse ad investire l’energia disponibile in una manutenzione efficiente oltre il periodo della fertilità di coppia, probabilmente per il più ampio e veloce accumulo di difetti ed errori nelle cellule e negli organi, date le condizioni primordiali di vita. Oggi che la situazione sanitaria, nutrizionale e ambientale è grandemente migliorata, il deterioramento di cellule e organi può essere meno intenso e veloce: conseguentemente la quantità di energia per la manutenzione ha un minore assorbimento nell’unità di tempo e può quindi operare per un periodo più lungo.  

Questo concetto di deterioramento variabile con le modalità d’uso del nostro corpo spiegherebbe perché migliorando ulteriormente una serie di fattori quali nutrizione, attività fisica e mentale, minor inquinamento, etc., tutti elementi influenti positivamente sul deterioramento del nostro organismo, permetterebbero alla quantità di energia assegnataci di effettuare una manutenzione efficace di cellule e tessuti ancora più a  lungo nel tempo.

Diviene a questo punto chiaro che l’invecchiamento  è un processo che ci accompagna per tutta la vita iniziando ancor prima della nascita anche se si manifesta solo qualche decennio dopo.

Pur se necessariamente ancora agli inizi lo studio e la ricerca collegata alla biologia  di un processo così complesso  come quello dell’invecchiamento, ha permesso ai medici di capire di avere ormai gli strumenti per indagarne tutti gli aspetti e ottenere col tempo risultati significativi per l’esistenza dell’uomo.

Altre relazioni di eminenti studiosi in questo ampissimo campo del sapere che hanno sollevato altrettanto se non maggiore interesse, sono state presentate nei due giorni di Conferenza.

Esporle adesso significherebbe però debordare troppo dalle regole della Newsletter e probabilmente abusare della pazienza dei lettori.

Ai quali do appuntamento sul prossimo numero, augurandomi di ritrovarli.

*  Howard Friedman – Professor of Psycology – University of California, Riverside.

*** Thomas Kirkwood-  Associate Dean for Aging – Institute for Aging and Health- Newcastle University.

** Luigi Fontana – Professor Department of Medicine – Salerno University, Italy and Washington University, Medical School.

(*) Mondohonline

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Informazioni su Daniela Mainardi

medico vivo e lavoro a Milano
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