Biomasse e bioenergie al bivio

Biomasse e bioenergie al bivio: consumo di risorse o valorizzazione dei sottoprodotti? – di Andrea Bartoli (*)

7081353-bio-carburante-magazzinaggio-impianto-di-alimentazioneRecenti studi hanno messo in evidenza alcune criticità legate alla produzione di energia da biomasse e riportato al centro del dibatto la sostenibilità economica e ambientale delle agro-energie. Con questo articolo si vuole fare una breve panoramica sulle principali tipologie di biomassa impiegate per la produzione di energia, proponendo alcuni spunti di riflessione in merito all’utilizzo di colture dedicate a fini energetici.

Con il termine biomassa s’intende qualsiasi matrice organica, vegetale o animale, destinata alla produzione di energia. L’appartenenza delle biomasse al novero delle fonti di energia “rinnovabili” è considerata coerente con il fatto che, da un lato, le materie prime di origine vegetale rappresentano degli “accumuli” alternativi di energia solare (quella immagazzinata nella crescita per effetto della fotosintesi clorofilliana), dall’altro, il recupero degli “scarti” e la loro trasformazione in energia rappresenta una componente positiva del bilancio energetico complessivo del loro ciclo produttivo.

Le principali tipologie di biomassa possono essere raggruppate in due tipologie principali:

  • Colture energetiche dedicate, a loro volta classificabili in:

– Colture erbacee amidacee (cereali, sorgo zuccherino, barbabietola, ecc.) utilizzate per la produzione di etanolo, o come coadiuvanti nella produzione di biogas;

– Colture erbacee oleaginose (girasole, colza, ecc.) per la produzione di biodiesel;

– Colture arboree a breve rotazione (Short Rotation Forestry) come robinia, salice, pioppo, ginestra, eucalipto, utilizzate per la produzione di energia termica tramite combustione.

  • Sottoprodotti:

– agricoli (paglie di cereali, residui verdi);

– forestali e della lavorazione del legno (frascumi, ramaglie, scarti);

– agroindustriali e dell’industria alimentare (vinacce, sanse, panelli oleosi);

– reflui zootecnici;

– rifiuti organici.

Nell’ultimo decennio l’utilizzazione delle biomasse per fini energetici è stata particolarmente incentivata. Il concetto di fondo si basa proprio sulla definizione vista sopra: l’energia prodotta dalle biomasse non contribuirebbe ad aggravare il fenomeno in atto dell’effetto serra, poiché la quantità di anidride carbonica rilasciata durante la decomposizione, sia che essa avvenga naturalmente sia che avvenga a seguito di processi di conversione energetica (anche attraverso la combustione), risulterebbe equivalente a quella assorbita durante la crescita della biomassa stessa; di conseguenza non vi sarebbe alcun contributo netto all’aumento del livello di CO2 nell’atmosfera.

L’Unione Europea, tramite la Direttiva 2009/28/CE (meglio conosciuta come “Pacchetto 20-20-20”), ha sancito tre diversi obiettivi al 2020 di importante  rilevanza per la sostenibilità energetica e ambientale: l’abbattimento, rispetto al 2005, del 20% delle emissioni di gas serra; la copertura, tramite le fonti rinnovabili, del 20% dei consumi energetici; la riduzione del 20% dei consumi energetici previsti per il 2020.

È inoltre stato stabilito che, sempre entro il 2020, il settore dei trasporti dovrà utilizzare energia derivante per il 10% da fonti rinnovabili. In parallelo, è stato introdotto l’obiettivo di ridurre del 6% le emissioni di gas a effetto serra (GHG) prodotte nel ciclo di vita dei combustibili. Assieme alle sovvenzioni, questi obiettivi hanno portato ad un rapido aumento della produzione e dell’utilizzo di biocarburanti. Tuttavia per vari motivi, tale aumento sembra ora più minaccioso che promettente. Vediamo il perché.

In primo luogo, i biocarburanti comportano, tendenzialmente, una riduzione delle emissioni di gas a effetto serra molto inferiore rispetto a quanto auspicato. Uno dei motivi è dato dal fatto che gli stock di carbonio vanno persi se le foreste sono abbattute per lasciare spazio alla produzione di biomassa per biocarburanti o alla produzione alimentare delocalizzata.

ciclo-biomasse 1L’utilizzo di colture energetiche dedicate per la produzione di energia genera infatti un cambio di destinazione d’uso dei terreni agricoli, che passano da feed (alimentazione animale) o food (alimentazione umana) a fuel. Si parla, in tal caso, di cambiamento diretto della destinazione dei terreni (Land Use Change). Tuttavia ciò può innescare anche un cambiamento indiretto della destinazione dei terreni (Indirect Land Use Change) difficilmente misurabile: il terreno agricolo sottratto all’alimentazione viene a sua volta recuperato attraverso la deforestazione, con gravi danni anche in termini di perdita di biodiversità.

A pesare negativamente sul bilancio complessivo del carbonio, vi sono poi le emissioni di GHG che si verificano per effetto della produzione dei fertilizzanti utilizzati in fase di concimazione e a causa delle operazioni di raccolta, trasformazione e trasporto delle biomasse dedicate.

In secondo luogo, la trasformazione di colture alimentari come il mais e il frumento in carburante riduce la disponibilità di prodotti alimentari. La drammatica crisi alimentare del 2008 e i prezzi volatili e piuttosto elevati dei prodotti alimentari hanno catalizzato anche in seguito l’attenzione su questo problema. Esiste un problema di scelta tra prodotti alimentari o carburante (o energia in generale), che non scompare neppure se i biocarburanti sono ottenuti da colture non alimentari o da legno coltivato. Quasi tutte le biomasse utilizzate provengono infatti da terreni che potrebbero essere utilizzati, invece, per la produzione alimentare, ragion per cui la concorrenza continua.

È bene tenere presente che tali considerazioni sono parzialmente estensibili anche ad altre agro-energie (si pensi ai grandi impianti di biogas che utilizzano come matrice organica prevalente insilato di mais o agli impianti fotovoltaici posti a terra nei terreni agricoli). Tuttavia ciò non deve indurre ad abbandonare la strada delle rinnovabili da biomassa ma, al contrario, ad incentivarla premiando la valorizzazione dei sottoprodotti derivanti dalle attività agricole tradizionali (reflui zootecnici e residui agricoli e agroindustriali) e dalla raccolta differenziata dei rifiuti organici urbani (umido). Urgono maggiori investimenti in ricerca e sviluppo, mirati tanto agli aspetti tecnici di pura innovazione  tecnologica, quanto a quelli di carattere  economico e ambientale. Solo così sarà possibile modulare più rigorosamente l’attuale quadro normativo delle “rinnovabili”, evitando sprechi e distorsioni.

(*) Dottorando presso il Dipartimento di Economia Management e Metodi quantitativi – Università degli Studi di Milano.

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Informazioni su Daniela Mainardi

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