Terra dei fuochi e resilienza

Terra dei fuochi alla ricerca della  resilienza perduta :  dalle urla  della terra può nascere  una nuova  etica del paesaggio – di Carlo Alberto Rinolfi (*)

Resilienza 1Ogni sistema vivente reagisce agli shock  che lo colpiscono, noi  e il nostro ambiente lo facciamo da quando siamo nati. La capacità di retroazione è uno dei segreti dell’evoluzione. Acqua a rischio di contaminazione, aria irrespirabile, cieli anneriti e maleodoranti sono le retroazioni di un ambiente violentato oltre misura.Questa volta è la meravigliosa terra del Vesuvio che incomincia  a provocare malattie ai suoi abitanti. Un intero sistema ecologico posto in stato di stress si ribella. La terra è sul punto di perdere il suo spirito più sacro, la sua capacità di nutrire se stessa e chi la abita. In gioco è una capacità naturale molto concreta ed ha un nome ben preciso : si chiama RESILIENZA.

Resilienza 2E’ un concetto derivato dalla fisica dei materiali che oggi viene comunemente applicato alle aree urbane sottoposte ai rischi del clima o del terrorismo (1); indica la capacità di un ambiente o di un sistema ecologico di ritrovare un equilibrio dopo aver subito uno stress inatteso.

E’ lei che è a rischio nella terra dei fuochi e una intera popolazione incomincia a percepirlo sulla propria pelle. Le sue crisi si esprimono con mutamenti fisici o chimici dell’ambiente e spesso l’uomo si concentra sulle tecnologie e i sistemi di recupero, ma non si tratta di trasformazioni separate dalle volontà umane. La sua forza o la sua vulnerabilità dipendono molto da come sono organizzate le società che abitano un dato territorio. Per questo si parla anche di resilienza di comunità (2). Dalla resilienza di una comunità dipende il livello di fragilità dell’ambiente sottoposto a stress. Per arrestare il processo che sta pregiudicando il Casertano, diventa dunque importante capire bene quali sono le cause della sua fragilità. La situazione è nota e da molto tempo  si sa quanto sia fuorviante e troppo semplice attribuire il danno alla colpevole mancanza di controlli da parte dei tecnici dello Stato. In quelle terre lo Stato convive ormai da secoli con un contropotere  nato prima di lui e in gioco è il controllo del territorio e dei suoi abitanti (3).

In ogni società in decadenza con mobilità sociale bloccata, il sistema  illegale  si propone sempre come componente essenziale dell’economia locale. Il riciclo illegale dei rifiuti tossici ha segnato però un punto di svolta nei confronti del territorio e negli anni ‘90 divenne un business “autorizzato” dai clan dominanti (4). A quell’epoca le attività produttive illegali si erano già  espanse a dismisura, era arrivata la globalizzazione e le regole del gioco mutavano provocando guerre intestine e generazionali tra i clan. Nuove generazioni di boss svendettero la terra in cambio dei rifiuti tossici industriali e urbani provenienti anche da altre aree della penisola in assenza di reazioni popolari e in presenza di uno Stato che subiva il cambiamento.

L’importanza dei territori locali è via via divenuta meno rilevante per il processo di accumulazione illegale, mentre il sistema di governo della terra ha cambiato la sua natura: dalla ricerca di una sua produttività agricola alla gestione delle sue capacità di stoccaggio dei rifiuti. Dalla gestione della fertilità di una terra che in passato era stata oggetto di interventi di bonifica a favore dell’agricoltura si è passati allo sfruttamento della capacità di sopportazione di agenti tossici e inquinanti.

In tutti questi anni, oltre alla resilienza naturale dell’ambiente anche quella della comunità ha subìto uno squilibrio che ha intaccato il nucleo vitale dei suoi processi di nutrizione e rigenerazione in stato di sicurezza .

La risposta della comunità locale c’è stata e ha visto emergere nuovi concetti e nuove forme nuove di protesta. Per gestire una terribile verità che ne pregiudica la sopravvivenza, una parte di quel popolo sta portando nelle strade e in rete parole inusuali: “Biocidio! Voglio la Vita ! Morte! Rifiuti Umani! Di pubblica corruzione e camorra si muore!…”   

I messaggi sono trasversali, sResilienza 4collegati dalle tradizionali ideologie e fanno appello al valore della sopravvivenza della specie, propongono la terra come fonte indispensabile di legami comunitari e condannano quelle élites che hanno originato il disastro e che  la popolazione vengono identifica nelle figure de “il camorrista, il politico corrotto e l’imprenditore  in nero senza scrupoli”.

Rigenerare una resilienza ambientale perduta ricostruendo quella comunitaria sembra essere l’unica via percorribile dalle mamme e associazioni del luogo, ma è anche uno sforzo impari e rischioso. Un’operazione che appare quasi inadeguata rispetto alla portata del fenomeno e comunque non è priva di contraddizioni.

Agricoltori locali che si disperano e non vedono come rilanciare le produzioni, un governo che fa un decreto per impedire che i rifiuti brucino a cielo aperto ma non attiva a sufficienza l’analisi del sottosuolo, navi e tir che spostano i rifiuti della metropoli ai termovalorizzatori olandesi e  tedeschi mentre i movimenti locali ne osteggiano l’installazione, amministrazioni impotenti e preoccupate per i costi del disastro, imprese agroalimentari che falliscono e aziende illegali già in attesa di nuovo business, industrie del nord alla ricerca di nuovi siti di smaltimento e cittadini italiani che assistono attoniti a un dramma che sanno essere di casa propria.

Resilienza 3Sembra quasi che la parte di una comunità locale più attiva che si batte abbia a che fare con problemi immediati di sopravvivenza e condanne patologiche di lungo periodo, con risorse volontarie e locali e eserciti molto più grandi e non vincolati al suo territorio. Come uscirne?

E’ una situazione che richiama alla mente le ‘Società Fragili’ del pianeta assistite dall’ONU (5)  in occasione dei disastri naturali e individuate nell’atlante globale della nutrizione Mondohonline come i Paesi a più alto rischio di sottonutrizione (6). Per alcuni di quei Paesi le calamità naturali hanno giocato un ruolo importante. Per quasi tutti però, e nel nostro caso in particolare, le cause non sono di carattere geofisico bensì prevalentemente umane. Anche per una provincia di uno dei Paesi a più alta biodiversità del mondo, le cause si possono facilmente ricondurre al comportamento predatorio della cosa pubblica tipico dei free rider (profittatori dediti all’accumulazione per accaparramento a costi nulli di risorse pubbliche ) che una parte di industrie, servizi pubblici e privati, gestori metropolitani e singoli cittadini hanno adottato ormai da molti decenni in tutta la penisola.

Sono quei soggetti e operatori che, senza pagare alcuna tassa , hanno  scaricato le loro ‘negatività’ al loro esterno – ovvero sullo spazio pubblico – ed hanno trovato conveniente la via dello smaltimento illegale.

La comunità locale ha subìto l’aggressione senza poter fare quasi nulla se non lasciare i suoi eroi sul campo. Così avviene sempre quando si è in presenza dei tre fattori di rischio della resilienza che si possono facilmente misurare e che in questo specifico caso sono:

  • alto tasso di criminalità, di non rispetto delle regole, di corruzione  pubblica
  • difficoltà economiche elevate per basso tasso di sviluppo perdurante
  • cultura chiusa, di clan ( che in questo caso si identifica nel familismo amorale (7)).

Sono tutte condizioni di disabilità e handicap sociale presenti in molte parti del nostro Sud e nei Paesi del mondo a più poveri e deboli, handicap che rendono altamente vulnerabili i processi della nutrizione del territorio.

Resilienza 5Sono  condizioni che ricordano uno stato di diffusa ”anarchia naturale”(8), in cui le popolazioni vivono nell’incertezza permanente , senza potersi fidare persino nei propri vicini  e senza alcuna libertà di informazione . Uno stato di relazioni non solidale che genera sottosviluppo e in cui  un qualsiasi evento traumatico può produrre danni irreparabili. Il paradosso è che tutti sanno tutto  ormai da tempo  e  che ,forse confidando nella proverbiale creatività individuale locale , si sono ” guardate” avvenire le violenze nel prato del vicino sino a quando la disabilità  da ambientale  e sociale è ormai divenuta  fisica e personale.

Del resto il processo di distruzione delle resilienza non fa differenza tra dimensioni sociali o individuali . Si sviluppa  anche nel caso di un corpo umano non in buona salute, la sua bassa resilienza lo può rendere vulnerabile a un trauma disabilitante e attaccabile esattamente come quella di una comunità. Anche la strategia di uscita sembra essere analoga. Chi si occupa di riabilitazione lo sa bene e conosce anche i passi per il recupero della resilienza perduta (‘Road to resilience’ dell’American Psychological Association (9)) che si possono così riassumere :

  1. Effettuare più collegamenti possibili  
  2. Evitare di vedere le crisi come problemi insormontabili
  3. Accettare che il cambiamento è parte della vita
  4. Muovere costantemente verso obiettivi realistici  
  5. Prendere azioni decisive
  6. Cercare nuove opportunità di scoperta di sé
  7. Coltivare una visione positiva di se stessi
  8. Mantenere le cose in prospettiva
  9. Mantenere una prospettiva di speranza
  10. Avere cura solidale di sé
  11. Cambiare le proprie mappe del mondo e del sé.

Sono gli stessi passi che occorrono alle comunità delle terre dei fuochi per risorgere e molte delle iniziative stanno andando in questa direzione (10). A noi preme  rilevare l’importanza dell’ultimo dei punti citati che riguarda il “Cambiare le mappe del mondo e del sé”.

Resilienza 6E’ un punto essenziale  che riguarda l’identità e l’etica di una comunità e lo facciamo perché gli slogan e le parole d’ordine utilizzate ci sembrano prefigurare  un nuovo ‘sensus communis’ indispensabile per consolidare i giudizi di verità sui quali  può nascere  un’etica capace di  inglobi il contesto del paesaggio nell’identità dei popoli del napoletano.

L’annuncio al mondo che viene dalla terra di Giambattista Vico è semplice e inappellabile: ‘Siamo noi il nostro  paesaggio!’ , Da questo punto di vista la terra dei fuochi è anche ‘cosa nostra’ ed è il più terribile laboratorio su cui si gioca la partita della sopravvivenza e della nutrizione delle aree urbane di questo secolo.  Un impegno ineludibile che il filosofo ci aiuta ad affrontare ricordandoci che “Le cose fuori del loro stato naturale né vi si adagiano né vi durano” (Giambattista Vico).

(*)  Presidente Mondohonline

(1) Resilienza urbana ONU http://www.cmcc.it/it/politica-climatica/climate-change-and-urban-resilience-how-to-prepare-our-cities-to-respond-to-climate-changes-related-challenges-2

(2) Resilienza di comunità http://www.counsellingcare.it/pdf/pdf_psico/Psicotrauma93.pdf

(3) Caserta  e le province del  crimine http://www.repubblica.it/online/fatti/isernia/isernia/isernia.html

(4) Dichiarazioni del pentito Schiavone http://napoli.repubblica.it/cronaca/2013/10/31/news/i_verbali_del_pentito_schiavone_tra_vent_anni_rischiano_tutti_di_morire-69969374/

(5) Programmi di resilienza dell’Organizzazione delle Nazioni Unite  http://www.deza.admin.ch/it/Pagina_iniziale/Progetti/Progetti_selezionati/Programma_di_resilienza_dell_Organizzazione_delle_Nazioni_Unite_FAO_in_Somalia

 (6) Sei mondi in cerca di autore https://mondohonline.wordpress.com/2013/06/22/sei-mondi-della-nutrizione-in-cerca-dautore/

(7) Familismo amorale  Edward C. Banfield, Le basi morali di una società arretrata, Il Mulino, Bologna, 1976

(8) Stato di anarchia naturale e  effetti dei free rider sull’economia , Etica e società di Giuseppe Colasanti  Franco Angeli, Milano 1985

(9) Road to resilience http://www.apa.org/helpcenter/road-resilience.aspx

(10) Associazioni terra dei fuochi: Video http://www.youtube.com/watch?v=vuD_4DcJof0&feature=player_embedded

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2 risposte a Terra dei fuochi e resilienza

  1. augusto castagna ha detto:

    Apprezzo lo scritto sulla Terra dei fuochi. Una obiezione e un apprezzamento, La prima: non credo che sia fuorviante attribuire i danni causati alla mancanza dei controlli da parte delle Istituzioni Pubbliche. Anzi, ricordo che in occasione di un dibattito pubblico il parroco è stato zittito da un prefetto perchè non iniziava il suo intervento di denuncia con con la frase “vostra eccellenza”. Sarebbe utile che quel prefetto e con lui i rappresentati delle Istituzioni che operano nel territorio: Regione, Province, Comuni, venissero considerati tra i responsabile di quel dramma.
    Apprezzo il richiamo alla Etica della responsabilità dei cittadini senza la quale non è immaginabile percorrere la strada che può portare a soluzioni positive il dramma di quell’area.

  2. laura ha detto:

    RESILIENZA….. anni fa studiando l’isolamento acustico cercavo disperatamente il significato ma non ne trovavo “soddisfazione”. Il materiale con buona resilienza è quello che AMMORTIZZA i colpi, i suoni…..nella cultura cinese quello che fa il MOVIMENTO TERRA: digerisce, purifica….ASSORBE appunto !

    Ma come ogni organismo se lo sottoponiamo a sforzi eccessivi e prolungati, senza accorgersi che anch’esso ha un limite, anche la paziente Madre Terra genera la malattia: e ci siamo arrivati, anche in questo caso. Il bubbone è scoppiato.

    Abbiamo saputo distruggere una terra preziosissima e non vedremo mai per secoli quel patrimonio tornare a noi: ben ci sta!

    Il cambiamento è certo, sempre, ma solo il coro della comunità può volgerlo al meglio, ANCHE selezionando meglio la classe dirigente e l’amministrazione pubblica: diciamolo, per decenni se ne sono disinteressati, ma non vedo che dalle nostre parte l’atteggiamento sia tanto diverso.
    Aspettiamo anche noi la bastonata sui denti?

    Esame di coscienza, GRAZIE 😉

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