Vivere con Amica Fragilità

“Vivere”  con Amica Fragilità – di Eleonora Zollo (*)

Vogliamo iniziare il nuovo anno in compagnia di Eleonora. Con i suoi scritti  e la forza del suo sorriso ci aiuterà a trasformare le difficoltà quotidiane in tante nuove opportunità (n.d.r.).

Eleonora Zollo

Eleonora Zollo

La sensazione che la vita sia una cosa fragile, che basti un minuto, un soffio e già tutto sia cambiato, o finito, è una cruda consapevolezza, ma io l’ho sentita e forse l’hanno sentita i miei genitori, ancora prima di me. Ho vissuto i miei primissimi anni appesa ad un filo, una ventina di polmoniti e altrettanti ricoveri all’ospedale pediatrico di Alessandria.Ogni volta i medici non sapevano mai dire se ce l’avrei fatta e dicevano a mia madre che non erano sicuri che sarei ritornata a casa. Parole che ad una madre devono fare un male incredibile, ghiaccio nelle vene. Notti trascorse a lottare, con tutta la forza che un corpicino malato di soli due anni possa avere, con tutta la forza che l’anima di una madre combattiva possa tirare fuori. Ogni volta ritornavo a casa e la mia vita di bimba spensierata poteva ricominciare.

Non mi hanno mai fatto mancare nulla; sono cresciuta ricevendo tutto il calore protettivo dei miei genitori, mi sono sempre sentita amata ed al sicuro. Nonostante le svariate corse all’ospedale, posso affermare senza indugi di aver avuto un’infanzia felice e del tutto serena. Nemmeno le stanze dell’ospedale mi mettevano tristezza; per me la cosa più importante era la presenza della mia mamma e del mio papà. Quella non è mai mancata. Per questo non ho brutti ricordi nemmeno della malattia; per me era una condizione del tutto normale. Vivere in una stanza di ospedale, vivere a casa, che differenza faceva? Tutto quello che mi serviva ce l’avevo.

Riuscivo a fare delle marachelle anche con la bronchite. Ricordo di un pomeriggio in cui, approfittando di un momento in cui mia madre si era addormentata, io mi misi a lavarmi i capelli con lo spazzolino da denti! Lascio immaginare l’ira funesta di mia madre al suo risveglio. Sempre di quei mesi all’ospedale ricordo di quando mi teneva tra le sue braccia e cullandomi, mi cantavafiorellino3 “Buonanotte fiorellino”. Ricordo di una volta che ero con mio padre nella stanza di un altro bambino, al quale decisi di rubare un giocattolo: guardai mio padre e urlai “Via!”. Mi ero anche affezionata ai medici. Chiamavo il primario “nonno” perché mi ricordava il nonno di Heidi.

All’ospedale ha avuto origine anche il mio odio per i clown; venivano lì e mi proponevano dei giochi assurdi, con un triste fintissimo sorriso che celava compassione. Ecco, la compassione non l’ho mai sopportata, forse perché mia madre mi ha cresciuta con l’idea che “è meglio fare invidia che pietà”. Crescendo, mi ammalai sempre meno, i miei genitori riuscirono ad ottenere la tenda ad ossigeno a casa per ridurre i ricoveri in caso di bronchite, polmonite, influenza, ecc. ecc.; all’età di quattro anni iniziai la ventilazione notturna e i miei polmoni si riaprirono lentamente.

La patologia, l’Atrofia Muscolare Spinale di secondo grado (SMA II) mi era stata diagnosticata intorno ai 18 mesi, ma mia madre se n’era accorta ben prima. Mi racconta sempre di una volta in cui, pulendo l’insalata, mi diceva “Questa è l’insalata” ed io, a soli quattro mesi, ripetevo “tata-ta!”. Quando me la porse perché io l’afferrassi, non mossi un dito. A sei mesi ancora non gattonavo e non davo nessun segno di interesse ad alzarmi in piedi.

Non ho mai camminato; forse è per questo che la mia condizione non mi ha mai infastidita più di tanto. Quando stavo bene, passavo la maggior parte delle mie giornate insieme ad una bambina della mia età, Elena, la cui nonna abitava nell’appartamento al piano di sotto. Questa per me fu una grandissima fortuna. Poter trascorrere le giornate a giocare con una bambina della mia stessa età, pur frequentando solo saltuariamente la scuola materna, mi permise di non perdere mai il contatto con la realtà esterna.

Sono tanti i ricordi che ho della mia primissima infanzia insieme a lei. Quante ne combinavamo! Un giorno, all’età di quattro anni, mi tirò un piatto in testa, però aveva ragione lei: avevamo appena finito di mangiare le patatine e, chissà come, eravamo convinte che leccare il piatto sarebbe stata l’idea del secolo. Così incominciammo ad inseguirci per la casa, lei con le sue gambe, io con le mie ruote motorizzate, fino a che non la bloccai contro la porta finestra del soggiorno e fu proprio in quel momento che la piccola ed indifesa Elena scatenò sulla mia testaccia dura i suoi istinti omicida più nascosti. Mi venne un bel bernoccolo e la giornata si concluse tra le mie urla e quelle di Elena che fu immediatamente rispedita dalla nonna.

(*)  Area supporto psicologico Mondohonline

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Informazioni su Daniela Mainardi

medico vivo e lavoro a Milano
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