Bioraffinerie di seconda generazione

I MERCATI PARALLELI DELLA NUTRIZIONE: biocarburanti di seconda generazione. Come creare soluzioni compatibili con l’ambiente senza togliere terreno ai processi della nutrizione – di  Carlo Alberto Rinolfi (*).

Alcune imprapprendista stregoneese sembrano più adatte di altre ad apprendere le nuove regole del cambiamento che si sta imponendo su quasi tutti i mercati dell’era globalizzata. Uno dei loro segreti risiede nella natura  dei loro processi produttivi . E’ questo il caso di molte industrie chimiche che, a differenza di quelle meccaniche, sembrano possedere un codice genetico più flessibile e quindi più pronto a rapidi mutamenti di campo. Come alla pentola magica dell’apprendista stregone bastano pochi elementi per scatenare le pozioni più impensate, così è per molte industrie di trasformazione della chimica secondaria. Il loro processo produttivo è così flessibile da permettere di realizzare rapidamente tante varianti di prodotto su misura semplicemente con piccoli cambiamenti di ricetta. In questo caso per ricercatori, manager e imprenditori creativi, la flessibilità mentale e produttiva può offrire la possibilità di raggiungere risultati impressionanti.

Se poi si pensa alle code di rospo o all’immancabile ala di pipistrello che la sapienza dell’alchimista usa per rendere più potente la sua pozione magica, non si va molto lontano dal modo in cui negli anni del dopoguerra sono nate molte imprese che hanno realizzato i tanto leggeri quanto colorati prodotti in plastica per le massaie italiane. In quell’epoca nel pentolone ci finirono anche stracci di vestiti mescolati a lastre dei raggi X abbandonate dagli alleati. Per queste aziende, realizzare un nuovo prodotto dalla miscelazione di scarti da altri settori o sottoprodotti di vario tipo non è mai stato un tabù. Sembra quasi che la proverbiale creatività italiana si trovi a suo agio in questo comparto industriale.

Non stupisce quindi che un’azienda italiana, nata negli anni ’50 per produrre packaging in polietilene, operi con successo sui mercati mondiali e  stia oggi apportando un’innovazione decisiva nel campo dei biocarburanti di nuova generazione.

arundo donax

arundo donax

Nel pentolone questa volta ci sono finiti scarti agricoli difficilmente commestibili persino dagli animali, come la paglia del riso che di solito è dispersa nel terreno e la comune canna gentile che nasce spontanea ai margini delle coltivazioni e che i ragazzi di campagna da sempre utilizzano per giocare agli indiani.

Due poveri sottoprodotti dell’agricoltura che diventano preziosa  biomassa lignocellulosica da convertire in etanolo attraverso un raffinato processo di trattamento preparatorio e di idrolisi. Un’innovazione che ha l’enorme pregio di non sottrarre coltivazioni di prodotti alimentari al mercato della nutrizione umana e anche per questo è destinata a espandersi a livello mondiale.

Sembra un esempio virtuoso da cui si può imparare. Per arrivare ad un simile risultato l’impresa deve aver adottato  un  pensiero strategico  che l’ha messa  in  condizione di :

1) Considerare le risorse naturali come fonti di creazione di valore non vedendo più la terra come una semplice risorsa da sfruttare ma come un ambito privilegiato per gli investimenti in ricerca e sviluppo che ne possono moltiplicare redditività e produttività. Nasce da qui lo sconfinato e ancora vergine  campo della ricerca di tecnologie  che moltiplicano le produttività delle risorse naturali .

2) Inserirsi rapidamente nella migrazione dei processi  produttivi dai sistemi manifatturieri lineari e rigidi, scollegati dai territori e dipendenti da energie esterne, a sistemi produttivi circolari e flessibili collegati ai metabolismi dei territori e autonomi sul piano energetico. Ne deriva l’enorme opportunità di creare arcipelaghi di sistemi produttivi a dimensione umana, piccoli e medi impianti con personale di qualità, aperti e connessi con le potenzialità del territorio sul quale attivano altre imprese specializzate.

3) Considerare la risorsa terra come scarsa, prioritariamente coltivabile per una nutrizione umana vincolata da criteri di equa accessibilità economica. Ciò implica la ricerca di soluzioni che ne limitano gli usi destinati ad altri settori (trasporti, vestiario, riscaldamento urbano, industrie, ecc.) e in particolare l’impiego nella produzione di biocarburanti  di produzioni a uso umano (canna da zucchero e mais) che disancorano il prezzo dalla domanda alimentare e lo collegano a quello del petrolio.

Tre semplici paradigmi che aprono un oceano di opportunità  alle imprese ma anche alle istituzioni che intendono amministrare il territorio in modo intelligente.

L’Unione Europea è già su questa lunghezza. Un processo che si traduce già in finanziamenti e politiche di incentivi  ai quali le istituzioni italiane fanno fatica ad agganciarsi. Tra le imprese private italiane c’è però chi l’ha capito al punto di investire autonomamente risorse rilevanti in nuove impianti pilota che promettono di ottenere risultati strabilianti.

E’ il caso della Bio Chemtex , una società di ingegneria e ricerca e sviluppo del gruppo Mossi e Ghisolfi-M&G, che si è posta il problema di come superare i limiti dei biocarburanti di prima generazione che, su queste pagine, sono già stati bene identificati da Andrea Bartoli in un precedente articolo(1) in :

  1. Un cambio di destinazione d’uso dei terreni agricoli, che passano da feed  (alimentazione animale) o food (alimentazione umana) a fuel, con riduzione di disponibilità dei prodotti alimentari e crescita dei prezzi.
  2. Un recupero del terreno agricolo sottratto all’alimentazione attraverso la deforestazione, con gravi danni anche in termini di perdita di biodiversità.
  3. Una riduzione delle emissioni di gas a effetto serra molto inferiore rispetto a quanto auspicato.

Una  soluzione sembra almeno in parte essere  stata individuata grazie a uno sforzo di ricerca privata che ha comportato un investimento di 150 milioni di euro focalizzato  su una selezione delle biomasse disponibili localmente e slegate dall’alimentazione umana e animale.

Il risultato dovrebbe essere sostenibile per la filiera agricola poiché , secondo l’impresa che la propone , implicherebbe (2):

  •  L’uso di terreni marginali
  • L’impiego di sottoprodotti dell’agricoltura non legati all’alimentazione umana
  • Un basso impiego di fertilizzanti
  • Una produzione competitiva sul piano del prezzo finale.
bioraffineria bioetanolo

Bioraffineria bioetanolo – Crescentino – M&G

Su queste premesse è’ nato così nel vercellese , nell’ottobre del 2013, anche col contributo della Regione Piemonte un impianto pilota  . La bioraffineria  in questione occupa una superficie di 15 ettari e sfrutta la vocazione agricola del territorio limitrofo rifornendosi , entro un raggio di 70 km dallo stabilimento, delle materie necessarie che vanno dalla paglia di riso alla canna gentile. Due materiali che sono sempre strati considerati marginali e di scarto in agricoltura.

Dalle informazioni disponibili (3) risulta che i parametri di rendimento e produttività ottenuti dovrebbero essere  di gran lunga superiori ai risultati già ottenuti dei biocarburanti di prima generazione.

Nell’area compresa tra Milano e Torino sembra quindi essere nata un’eccellenza mondiale rappresentata da uno stabilimento  studiato per essere totalmente autosufficiente dal punto di vista energetico che, a pieno regime, sarà  in grado di produrre ogni anno settantacinque milioni di litri di bioetanolo con ridotte emissioni di gas e costi competitivi rispetto alle fonti fossili.

Si tratta dunque di un’operazione che ha un impatto non secondario   sull’assetto agrocolturale del territorio in cui si va ad insediare . Di sicuro rappresenta una opportunità in termini di business così vasta da rendere difficile la valutazione del mercato potenziale. L’impresa dichiara di prevedere per i prossimi anni 2.400 aperture di impianti identici in tutto il mondo per un totale di quarantanovemila nuovi posti di lavoro (3).

Tra le tante considerazioni che si possono derivare da questo caso  la prima riguarda il modo apparentemente strano in cui possono nascere simili innovazioni da un’impresa di chimica secondaria , un settore che tradizionalmente produce materiali inquinanti o difficili da smaltire.

Una seconda considerazione è di carattere più generale sul contributo che ci si può attendere nei confronti dell’occupazione . Dalle informazioni rese pubbliche risulta che questo tipo di attività stia richiedendo l’apporto di oltre cento occupati qualificati e che attivi altre risorse in imprese collegate per le fasi di coltivazione e trattamento . Il risultato è di sicuro positivo soprattutto nella disastrosa situazione attuale .

Uscendo però per un attimo dalla pura logica aziendale e pensando al numero di disoccupati esistenti nel Paese, non si però può fare a meno di osservare  che questo tipo di “rivoluzione industriale” non sembra avere minimamente a che fare con le dimensioni  occupazionali alla quale la vecchia industria manifatturiera ci aveva abituati.

Se abbiamo ben capito i dati: 49.000 nuovi posti di lavoro occupati per 2.400 impianti significano una media di 20 occupati per unità  a regime , non sappiamo però  quanta sarà l’occupazione indotta da ogni impianto ma in ogni caso ci sembra un dato su cui dovrebbe riflettere  chi si occupa di politiche di sviluppo . Gli investimenti per aumentare la produttività delle risorse naturali  sono essenziali ma non comportano necessariamente un aumento di occupazione in grado di assorbire le espulsioni dai settori tradizionali e la società che stiamo costruendo si presenta già dai suoi primi vagiti come radicalmente differente da quella che conosciamo.

L’innovazione  in questione  non può ovviamente  risolvere tutti i problemi ma ha il non secondario pregio di porsi  in alternativa alle monoculture di materie prime alimentari ad usi industriali che riducono l’agrobiodiversità e stravolgono i prezzi degli alimenti.

Ne risulta  così ulteriormente positivamente rafforzata la pressione che tende a rivedere le politiche d’incentivazione UE nei confronti delle produzioni di biocarburanti di prima generazione (4).

L’innovazione in corso nel Crescentino va dunque seguita con attenzione. Oltre agli effettivi rendimenti a regime si tratterà anche di verificare  in che misura si potrà offrire un reddito incrementale all’agricoltura, valorizzando veramente i terreni lasciati incolti perché poco redditizi o poco fertili e riducendo per questa via i processi di erosione e di dissesto idrogeologici figli dell’abbandono.

Ci auguriamo che l’utilizzo dei terreni marginali questa volta sia perseguito come nelle intenzioni  dichiarate  dall’azienda e  che venga seguito e incentivato dalle istituzioni .

Le vie della biodiversità agroalimentare per nutrire il mondo sembrano davvero infinite ma oltre all’impegno creativo dei singoli hanno bisogno anche di quello consapevole delle comunità.

(*) presidente Mondohonline

1) Mondohonline: https://mondohonline.wordpress.com/2013/12/14/biomasse-e-bioenergie-al-bivio/

(2) http://www.biocrescentino.it/download/PROGETTO/…/manualearundo.pdf

(3) http://www.corriere.it/ambiente/13_ottobre_09/biocarburanti-l-italia-apripista-seconda-generazione-df6a6822-3110-11e3-b3e3-02ebe4aec272.shtml anche http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2013-10-10/investimento-milioni-euro-065249.shtml?uuid=AbSGcrrI

(4) Sulle limitazioni dei biocarburanti di prima generazione: L’assemblea di Strasburgo si è spaccata quasi a metà, a testimonianza di come sul tema le pressioni siano fortissime. A ogni modo l’11 settembre è stata una data spartiacque per i biocarburanti in Europa. È infatti arrivato il voto favorevole del Parlamento europeo in seduta plenaria che ha approvato un limite ai biocarburanti di prima generazione. In pratica un tetto a quel tipo di biocarburanti che ha origine da colture alimentari (mais e colza innanzitutto). Per questi l’utilizzo finale per il consumo nel A. Bio. – Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/md1nR

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Informazioni su Daniela Mainardi

medico vivo e lavoro a Milano
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