Vivere da sirenetta

“VIVERE”   per essere Sirenetta – di Eleonora Zollo (*)

Eleonora Zollo

Eleonora Zollo

Passavamo i pomeriggi d’estate a giocare a nascondino nel cortile sotto casa mia, gli inverni a guardare i classici Disney mangiando pane e nutella; lei mezzo barattolo per volta, io mezza fetta perché ero cicciottella e mi tenevano a stecchetto. Tra i cartoni più quotati, al primo posto si piazzava “La Sirenetta” – sognavo all’idea di potermi muovere libera nell’acqua come lei – seguita da “Aladin” e “La Bella e la Bestia”, perché alla fine era sempre l’amore quello vero a trionfare. Ero una bambina, mi piaceva viaggiare con la fantasia. Ora non sono più una bambina, ma di fantasticare nessuno me lo può impedire. Sotto quel punto di vista direi che non sono cambiata affatto. Giocavo e mi divertivo, forse anche un po’ troppo una volta iniziata la scuola elementare. Ero brava a scuola e se volevo sapevo applicarmi, era anche un modo per distrarmi dalle troppo frequenti bronchiti/polmoniti che mi colpivano soprattutto durante l’inverno. Quando mi riprendevo però, studiare era l’ultimo dei miei pensieri, forse perché sapevo che in un modo o nell’altro me la sarei cavata. Ricordo di aver detto una volta a mia madre che io ero “nata per giocare”; all’epoca intendevo il verbo giocare nel vero senso del termine, ma ripensandoci dissi una grande verità su di me: io sono nata per giocare, per giocare con la vita, prenderla in giro, sfidarla, sorprenderla ed esserne sorpresa, odiarla, amarla.

Quando arrivava l’estate i miei genitori mi portavano un mese in montagna, a Limone. Adoravo quel posto perché mi piaceva socializzare con persone nuove e, non andando da nessun’altra parte durante l’anno, quello era il luogo dove potevo conoscere nuovi amici: c’era Daniela, una bambina più grande di me di quattro anni con la quale trascorrevo la maggior parte del tempo, altri bambini che però ora ricordo solo vagamente, e poi c’era Luca, un ragazzo che allora avrà avuto sedici anni e per il quale mi ero presa una bella cotta. Avevo quattro anni e già pensavo all’amore. Incredibile, non mi smentisco mai. Era tanto tenero con me, mi faceva giocare e diceva che ero la sua fidanzatina. Il problema era che io ci credevo davvero e quando lo vidi con la sua vera fidanzata, ovviamente molto più grande di me, scoppiai a piangere e gli misi il broncio. Lui lo notò e venne a consolarmi dicendomi che ero piccola ma che ero comunque la sua preferita. A ripensarci era davvero un bravo ragazzo, il mio principe azzurro. Chissà perché alcune cose rimangono così impresse nella mente, rispetto ad altre magari molto più importanti? Comunque, ciò che più mi è rimasto nel cuore sono le sensazioni che quel posto mi regalava. Mio padre mi portava a fare delle passeggiate e mi parlava, mi spiegava tutto quello che sapeva sulle cose che incontravamo. Io ovviamente ho rimosso tutto, ma non scorderò mai il tono calmo e rassicurante della sua voce, l’inconfondibile odore dell’ aria fresca e accogliente della montagna, il verde intenso delle piante che incorniciavano l’azzurro limpido del cielo del tardo pomeriggio. Ogni tanto scopro qualche luogo che mi regala sensazioni simili e mi sento a casa.

Un altro luogo che mi ha praticamente vista crescere e che mi ha accompagnata con inesorabile costanza fino ad un paio di anni fa è la clinica nella quale ogni anno vado a fare il check up completo, “Villa Beretta”, che si trova  a Costamasnaga, un paesino in provincia di Lecco. Anche da lì si posso vedere le montagne e anche se sembra un paradosso, il paesaggio che si può osservare dalle stanze d’ospedale ora lo trovo molto affascinante, solo verde e pinete. Una volta lo odiavo, mi metteva tristezza e una gran malinconia, ma forse solo perché lo associavo all’ospedale ed alla noiosissima, interminabile settimana che mi attendeva tra visite, pranzi e cene ad orari da ricovero per anziani e sveglie alle sei con sottofondo di preghiera mattutina delle suore.

Nonostante tutto, anche in situazioni come quella, riuscivo a fare amicizia. Lì conobbi una ragazza, Egidia, di Sondrio. Ha una decina di anni più di me ed è affetta dalla mia stessa patologia. All’epoca lei aveva circa quattordici anni ed io ero una bambina vivace e anche un po’ rompiscatole; l’unica cosa che facevo dalla mattina alla sera era correre avanti e indietro per quei lunghi corridoi: “Egi, la facciamo una gara?” e lei, con una pazienza che non so dove trovasse, mi faceva anche vincere. Me la ricordo con una gran testata di capelli ricci scuri, magra nei suoi pantaloni di pelle neri, vivace e sorridente. Credo di averla vista solo durante un ricovero, anche se le nostre mamme erano rimaste in contatto. Si chiamava Speranza sua mamma. Diceva che la speranza è sempre l’ultima a morire. Mia madre l’ammirava tanto; era una donna forte e all’avanguardia nei confronti di una patologia che non aveva colpito solo Egidia ma anche la più piccola, la Chichi, Cristina. Avevo conosciuto anche lei qualche anno più tardi. Avevo 12 anni e lei 17. All’epoca mi era sembrata tutto l’opposto della sorella: chiusa, imbronciata, snob. Col senno di poi, forse, era solo un’adolescente che non voleva scocciature da una bambinetta troppo espansiva e ficcanaso o forse, era troppo arrabbiata per la sua condizione: molto più debole “della Egi”, ormai immobile su una sedia manuale.

Tante persone ho incontrato in quel posto, tante storie, tante lezioni di vita. Non vorrei che questa frase venisse interpretata con del pietismo. Io non credo che una persona con una vita difficile, con una patologia, o con un tumore al cervello e porzioni di scatola cranica evidentemente asportate, siano un esempio di per sé. È che sono cresciuta a contatto con la malattia, non solo la mia, e questo mi ha aiutato a normalizzarla e a conviverci in serenità.

(*)  Area supporto psicologico Mondohonline

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Informazioni su Daniela Mainardi

medico vivo e lavoro a Milano
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