Vivere da universitaria

“Vivere”  dalla scuola all’università (3a parte) di Eleonora Zollo (*)

Eleonora Zollo

Eleonora Zollo

Gli anni della scuola elementare volarono. I miei compagni mi avevano accettata senza fare discriminazioni; i bambini molte volte sanno essere molto più intelligenti degli adulti, sono curiosi nei confronti della diversità, ma una volta che ne vengono a contatto non si creano dei pregiudizi e si adattano con molta facilità. Così si comportarono i miei compagni con me. Ero una di loro e come tale venivo trattata e considerata. Non c’erano sconti o privilegi, né isolamento o scherno ed è così che ebbi la conferma di essere una persona normale, che si affacciava alla vita con le stesse potenzialità di molti altri, solo con qualche difficoltà fisica in più. La mia vita di bambina spensierata scorreva senza intoppi, sorretta da due genitori che mi proteggevano da tutte le spiacevoli vicende relative le ore di assistenza a scuola.

Ovviamente io non potevo rimanere a scuola senza nessuno che facesse per me quello che le mie braccia e le mie gambe non potevano fare. Scrivevo da sola finchè non mi stancavo, dopodichè avevo bisogno dell’intervento di qualcuno, o magari dovevo andare in bagno o stendermi qualche minuto su un lettino che tenevamo in un’aula vuota affianco alla mia classe, per riposare la schiena e per evitare di affaticarmi troppo, oppure quando ero costretta a casa con 38 di febbre per un mese avevo necessità di qualcuno che prendesse il programma didattico che svolgevano a scuola, per spiegarmelo ed evitare di rimanere indietro e perdere degli anni.

Mia madre ha sempre puntato tutto sulle mie capacità; la risorsa importante che avevo era l’intelligenza? Bene, allora coltiviamola. Per questo motivo diceva sempre alle insegnanti di essere giuste con me, di non lasciarmi passare niente, di non fare favoritismi. Voleva che io andassi avanti solo per merito, non per pietà, nella vita non si raggiunge niente con la pietà.

Però quando non sei dentro alle situazioni, spesso troppo complesse da immaginare, le richieste di due genitori di poter usufruire di più ore di assistenza scolastica, possono apparire, a chi non è abbastanza sensibilizzato a disabilità gravi e particolari come la mia, a chi non ne vuole sapere, o a chi purtroppo è davvero troppo ignorante in materia, solo dei capricci, delle egoistiche pretese, e così capita di sentirsi dire che non ci sono abbastanza ore di assistenza per poter soddisfare tutti, che non ci sono i soldi, senza preoccuparsene troppo effettivamente. A quel punto allora sono i genitori a doversi rimboccare le maniche e lottare, fare richieste su richieste, a battere il ferro finche è caldo, fino a spezzarlo, a passare per quelli difficili da gestire (per non essere volgare). Alla fine, comunque, hanno sempre ottenuto il meglio per me. Una squadra invincibile.

E’ proprio dai primi anni della mia vita che ho tratto la mia determinazione, la mia voglia di farcela a qualunque costo, la mia passione per le situazioni complicate – sono stimolanti  e quando le superi ti senti più forte di prima -, il mio spropositato Ego. D’altronde se nella propria vita non si è il protagonista, si finisce per rimanere dietro le quinte, passivi, e tutti, nessuno escluso, hanno il diritto di vivere attivamente, di autodeterminarsi.

E’ ciò che ho sempre fatto: ogni scelta che ho fatto, nel bene o nel male, è sempre stata solo ed esclusivamente mia. La mia passione per il canto, il liceo, l’università, tutti obiettivi che ho perseguito credendoci fino in fondo, perché provenivano e provengono da me, sotto l’influenza di nessun’altro. Forse ho scelto il liceo socio-psico-pedagogico e non il liceo scientifico, come all’epoca avrei preferito io, perché gli insegnanti e i miei genitori temevano che le mie precarie condizioni di salute avrebbero influito negativamente sui miei risultati accademici se avessi frequentato una scuola più impegnativa. Ma si sbagliavano, perché alla fine in qualunque scuola, se ci tieni un minimo al tuo futuro, ti devi impegnare.

Così sono arrivati gli anni del liceo, anni di “studio matto e disperato”. Col senno di poi devo ammettere che in quel periodo ero davvero una gran secchiona: al primo posto, davanti a tutto il resto, mettevo la scuola, lo studio, le medie dei voti. Una pazza! Avevo anche una vita sociale, amiche e amici, intrighi sentimentali, ma ciò che più mi interessava e che mi angosciava era la mia realizzazione futura: era tutto proiettato verso il “poi” che verso il qui ed ora, come dovrebbe essere per qualunque adolescente tra i 14 ed i 18 anni.

Forse perché un po’ il futuro lo temevo. Avrei dovuto contare solo sulle mie forze e sulle mie capacità, i genitori non ci sono per sempre. Come avrei fatto? Ce l’avrei fatta? Ora che mi conosco decisamente di più, posso rispondere “Sì! Ce la farò!”, ma allora cosa ne sapevo? Al mattino andavo a scuola, dove c’erano insegnante di sostegno, assistente e compagne di classe, a casa c’erano le assistenti del Comune di Asti due pomeriggi alla settimana, ma per tutto il resto c’erano i miei.

Avrei mai potuto vivere una vita indipendente? E finalmente arriva la tanto temuta maturità. Sentivo su quei pochi giorni che mi dividevano dalla meta tutto il peso di cinque anni di sforzi ed ansie, ma quello che più di tutto mi intimoriva, era il vuoto che avrei potuto sentire nelle mie giornate, una volta finita la routine della mia vita da liceale.

100/100. Soddisfatta, felice e libera da tutte quelle materie di cui non me n’era mai importato niente; d’ora in poi avrei potuto fare solo ciò per cui mi sentivo portata. Poi, il pomeriggio stesso dell’esposizione dei risultati mi arriva un messaggio, era la mia insegnante di sostegno che diceva: “Non temere il vuoto che sentirai adesso…passerà.” Avevo paura della precarietà di giornate vissute sulle spalle solo dei miei genitori.

Così ha avuto inizio l’avventura dell’Università. Un cambiamento radicale. Avevo deciso di studiare Psicologia e per frequentare avrei dovuto andare a Torino almeno un paio di volte alla settimana e avrei dovuto essere accompagnata da qualcuno esterno alla famiglia. Dovevo diventare indipendente. Per quanto riguarda il viaggio da Asti, la città in cui vivo, a Torino, la Croce Rossa Italiana della sezione di Asti, mi aveva messo fin da subito a disposizione un mezzo, che mi accompagna ancora adesso nei miei viaggi universitari, grazie al quale avrei potuto recarmi a lezione con una frequenza accettabile.

Il problema della necessità di un’assistente che mi garantisse maggiore autonomia, sia nell’ambiente universitario, sia nelle mura domestiche, sia nella vita sociale, è stato risolto dall’attivazione, a partire dal 2008, da parte del Comune di Asti, del progetto di Vita Indipendente. Proprio da quell’anno, la mia vita e la mia testa hanno iniziato a cambiare progressivamente; avere delle persone esterne che facessero con le loro braccia e le loro gambe quello che le mie braccia e le mie gambe non possono fare, senza avere il pensiero di gravare sempre sulle forze dei miei genitori, mi ha dato la libertà di incominciare a riflettere di più su me stessa, sui miei punti di forza, sulle mie aspirazioni e la paura di quel vuoto in poco tempo è svanita.

Gli studi procedevano alla grande, andavo a lezione, conoscevo un mondo nuovo che mi apriva la mente, studiavo con forte motivazione, davo tutti gli esami nei tempi giusti, ma davo spazio anche a momenti di svago, molto più serena su quello che sarebbe stato poi, molto meno oppressa dal senso del dovere, perché iniziavo ad avere più fiducia in me.

(*)  Area supporto psicologico Mondohonline

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Informazioni su Daniela Mainardi

medico vivo e lavoro a Milano
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