Clima: più poveri e insicuri?

Clima: dalla preoccupazione all’allarme, dalla catastrofe  all’apocalisse. Ma la conseguenza più grave sarà l’aumento della povertà e dell’insicurezza alimentare – di Franca Castellini Bendoni (*)

World Meteorological Organization - IPCC –

World Meteorological Organization – IPCC –

Questi i titoli di varie testate giornalistiche,  italiane e non,  che hanno commentato il  rapporto ONU sul clima, elaborato dall’IPCC  (Intergovernmental Panel on Climate Change) e reso pubblico alcuni giorni fa, frutto del lavoro di ben 309 scienziati di tutto il mondo. Benché con toni diversi, quasi tutti i commentatori rilanciano l’allarme – diffuso a livello globale – sulle possibili, ma anche concrete, conseguenze  che i cambiamenti climatici si prevede avranno su agricoltura, energia, aria, in sintesi sulla vita di tutti noi.

In generale, i governi  e le autorità politiche  risultano impreparati a fronteggiare questi cambiamenti  e a pianificare  interventi che mirino a cercare di evitare il global warming, o comunque a contenerne gli effetti più preoccupanti che, se non governati, potrebbero diventare irreversibili.

Lo studio IPCC è formato da tre distinti rapporti: nel primo, pubblicato in settembre, si afferma che il cambiamento climatico sta accelerando nonostante le temperature globali della superficie terrestre siano rimaste mediamente stabili. Questo appena pubblicato  è il secondo studio e considera l’impatto del clima sull’ecosistema terrestre, sulle economie, sul livello di vita dell’uomo.

1000 pagine, sintetizzate in un report di oltre 40: da questo impressionante volume di dati e di considerazioni dovrebbero scaturire le basi del negoziato fra tutti i paesi del mondo, da tenersi  entro la fine del 2015 per arrivare ad un nuovo trattato internazionale che, sostanzialmente, dovrebbe fissare regole valide per tutti con l’obiettivo  di ottenere una riduzione generalizzata delle emissioni nocive. Un altro rapporto, il ‘Climate Change 2014: impacts, adaptation and vulnerability’ arriverà a fine anno e sarà forse ancora più importante in quanto darà un ‘pieno fondamento tecnico alla necessità politica di evitare al mondo futuri disastri naturali senza precedenti’ (Il Sole 24 Ore, 31 marzo 2014 (1).

Il settimanale inglese L’Economist  sottolinea un aspetto più specifico, ossia che gli effetti del riscaldamento globale sono molto diversi nelle varie aree del globo,  e che il cambiamento del clima è uno fra i tanti rischi che il mondo corre, mentre i danni conseguenti, e la possibilità di ridurli, dipendono anche da altri fattori, quali i sistemi sanitari  o lo sviluppo rurale  da paese a paese (2).

Quali gli aspetti  più impattanti?

I più negativi:

1)      Il livello dei mari: è cresciuto più in questi 14 anni che nel trentennio 1970-2000. Se non si ridurranno i gas serra, si calcola un ulteriore aumento di m. 0,50 o più per la fine del secolo, aumentando di molto il numero di città esposte a inondazioni. Senza dimenticare che l’acidificazione dei mari (causata dall’assorbimento di anidride carbonica) costituisce una seria minaccia per l’ecosistema marino, in particolare i coralli, sensibilissimo termometro delle acque tropicali.

2)      Il riscaldamento delle zone fredde comporta la crescita di piante e arbusti che stanno ‘invadendo’ aree tradizionalmente per loro inospitali, oltre ad altri evidenti squilibri dell’ecosistema: le foreste boreali di Siberia e Canada si stanno seccando  a ritmi più elevati di quanto stimato nel 2007.

3)      La fauna marina: i pesci sono gli animali più ‘mobili’, il riscaldamento dei mari tropicali li spinge a cercare acque più fredde, ogni dieci anni l’alga bentonica (3)  migra  di 10 chilometri verso i poli, e il fitoplancton di 400 chilometri. Secondo lo studio IPCC nel 2050 la pesca nei mari temperati aumenterà del 30-70% (ammesso che ci siano ancora pesci…) con una parallela diminuzione del 40-60% del pescato nella fascia tropicale, cui si aggiungerà l’effetto di modificare il ciclo idrogeologico, con ulteriore inaridimento del terreno.

4)      Aumento dei conflitti. Povertà e difficoltà economiche possono derivare da mutamenti sull’utilizzo dei terreni coltivabili (desertificazione, land grabbing), dalla riduzione  delle disponibilità di acqua, con conseguente aumento dei prezzi dei prodotti alimentari che a loro volta causano rivolte e tumulti (il Darfur ne è un esempio). Non si può affermare che i cambiamenti climatici siano la causa diretta sui livelli di violenza, ma il conflitto limita fortemente la capacità di uomini (e governi) di fronteggiarli.

Gli aspetti (relativamente) meno negativi:

5)      Effetti sulla salute. In questo campo l’influenza del clima risulterebbe  più modesta rispetto ad altri fattori, come ad esempio l’inquinamento industriale che invece, oltre a contribuire  al riscaldamento globale, ha diretti effetti sulla salute: la WHO, World Health Organization, in un recente rapporto riconduce a  circa 7 milioni i decessi causati dall’inquinamento. E’ tuttavia interessante notare che, se malattie indotte da un clima più caldo aumenteranno,  ci sarà una corrispondente diminuzione delle patologie legate al freddo,  per esempio nei paesi del nord Europa dove l’aumento delle temperature potrà ridurre la mortalità legata agli effetti del gelo. Ma la conclusione è che gli impatti negativi supereranno di gran lunga i possibili effetti positivi, anche se il clima non influenza in modo determinante morbilità e mortalità.

Interessante la valutazione che l’IPCC  fa sull’influenza di tutto ciò sull’economia mondiale, con una  considerazione sorprendente: “Hardly at all” (pochissimo) (cit. the Economist). Secondo il rapporto, un aumento di 2 gradi potrebbe causare una diminuzione globale del PNL  mondiale dallo 0,2% al 2% l’anno. Tuttavia il PNL non costituisce un buon indicatore di misura, perché non tiene conto dei paesi più poveri, che in definitiva sono i più vulnerabili sia considerando le  aree del globo che all’interno delle aree stesse: il Bangladesh  è più vulnerabile alle inondazioni dell’Olanda,  ma sempre in  Bangladesh i ricchi   vivono in aree più sicure rispetto alla popolazione più povera.

I cambiamenti climatici vanno considerati  non tanto e non solo dal punto di vista economico quanto dal fatto che essi aumentano i rischi, causano interazioni imprevedibili  fra clima e fattori sociali. La ridotta produttività delle colture alimentari di base si farà sentire sempre di più, a fronte di una domanda in crescita e ciò innescherà una spirale al rialzo dei prezzi, che andrà a colpire, per primi, i sistemi più fragili e le aree rurali,  ma avrà ripercussioni a livello globale riversandosi poi  sull’intero sistema mondiale.

Aumento globale delle temperature medie (+1° vs periodo 1985-2005)

temperature

Linea nera: temperatura osservata

Zona rossa: previsione di emissioni elevate

Zona azzurra: previsione di emissioni ridotte          Grafico: livelli di rischio per variazioni                                                                                                                fino a +5°

(Fonte: IPCC WGII AR5 Summary for Policymakers)

Ma uno degli impatti più significativi sarà sul cibo, soprattutto sui raccolti del prodotto-base dell’alimentazione mondiale: i cereali.  Nel precedente rapporto IPCC si era detto che, in generale, un clima più caldo avrebbe favorito stagioni più lunghe e maggiori raccolti, grazie a semine  anticipate. Ma l’attuale rapporto IPCC è una doccia fredda su questo assunto:  alte temperature, anche se per brevi periodi, possono danneggiare le colture, il tasso di fotosintesi di mais, sorgo e canna da zucchero non sembra essere favorito da una diversa concentrazione di CO₂.

Inoltre clima più miti favoriscono le infestanti, che vanno a competere con i raccolti alimentari per l’utilizzo dell’acqua e dei nutrienti del terreno. Il rapporto indica anche che maggiori concentrazioni dell’ozono possono ridurre le rese dell’8-15%, più CO₂ riduce il contenuto di proteine, amido, minerali  dei cereali, diminuendone il valore nutrizionale. Ne derivano foraggi più poveri,  con effetti negativi sul bestiame.

Già oggi per il riscaldamento vediamo una diminuzione del 2% ogni decennio in tutte le coltivazioni, cereali in particolare”. L’obiettivo è contenere l’anidride carbonica che ne è la causa non oltre 450 parti per milione. “Se si adotteranno misure adeguate sentiremo il beneficio non prima del 2040/50. Al contrario dovremo affrontare situazioni catastrofiche” (Francesco Bosello, Università Statale Milano (Cit. Corriere della Sera del 1° aprile 2014)

Produzione alimentare e sicurezza

Impatto negativo dell’incremento di 1° o più gradi di calore su rese di grano, riso e mais nelle regioni tropicali e temperate

produzione alimentare

L’altezza di ogni blocco colorato rappresenta la percentuale di studi che indicano lo stesso range di previsione di variazione nei raccolti nel corso del 21° secolo. Le fasce azzurre indicano l’aumento percentuale, le fasce ocra il calo. (Fonte: ICPP  WGII AR5 Technical Summary)

I danni già provocati dall’interazione fra conseguenze dei cambiamenti climatici e squilibri sociali sono ingenti:  dalla riduzione della disponibilità di acqua e di raccolti dovuti alla maggiore incidenza di climi estremi, alle inondazioni dovute all’innalzamento del livello dei mari, allo scioglimento progressivo dei ghiacci dei poli e delle montagne (anche in Italia: il ghiacciaio  della Brenva, Monte Bianco, si è notevolmente ritirato nel corso degli ultimi 50 anni), fenomeni che potranno spingere a migrazioni e a conflitti, con impatto destabilizzante sull’organizzazione sociale di intere nazioni.

Sono i paesi più ricchi a doversi assumere l’onere di intervenire e guidare l’inversione di tendenza, supportando anche finanziariamente i paesi più poveri. E’ possibile ridurre l’impatto di maggiori rischi futuri se si raggiungeranno intese globali per la riduzione delle emissioni di gas serra, e combattere con ciò per la sicurezza alimentare e contro le disparità di accesso al cibo: in definitiva, si tratta di un investimento contro la povertà e le malattie, per il benessere delle generazioni future.

 

(*) Mondohonline

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(1)   Il Sole 24 Ore, http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-03-31/cambiamenti-climatici-rapporto-onu-rilancia-allarme-il-mondo-e-impreparato-e-deve-agire-103045.shtml

(2)   http://www.economist.com/node/21599912/

(3)   Il benthos (o bentos) è la categoria ecologica che comprende gli organismi acquatici, sia d’acqua dolce sia marini, che vivono in stretto contatto con il fondo o fissati ad un substrato solido

 

 

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Informazioni su Daniela Mainardi

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