Genius loci disconnesso

Genius loci disconnesso. La sete insoddisfatta di creatività territoriale delle imprese nell’era dell’internet delle cose e gli handicap irrisolti del capitalismo municipale – di Carlo Alberto Rinolfi (*)

Troisi - che paga un fiorino

dal film “Non ci resta che piangere “

Valorizzare le genialità dei territori” è uno degli  imperativi che compongono il manifesto sulla nutrizione consapevole di Mondohonline (1), ma gioca un ruolo decisivo anche per il rilancio del sistema economico generale. Il vantaggio che ne può derivare è così evidente che dovrebbe far considerare i territori tra i principali strumenti di uscita dalla crisi economica e non solo risorse passive dalle quali trarre il classico “fiorino” che il gabelliere chiede a Troisi. In un mondo globalizzato  che ha mutato il nostro rapporto con il tempo e lo spazio si pone la necessità di capire cosa siano diventati i territori e che cosa di nuovo vi sta accadendo. L’Italia, come tutta la vecchia Europa, vive quasi completamente in aree urbanizzate e i suoi territori non possono che comprendere le sue metropoli. Per le aree extraurbane che le circondano sappiamo di giovani che incominciano a guardare con interesse alle attività agricole o agrituristiche, vediamo amministrazioni locali che progettano i loro primi sistemi territoriali intelligenti, scopriamo emigranti che riattivano cascinali abbandonati. Sono tutti segnali positivi che assomigliano però più a tentativi generosi ma scoordinati che non ai solidi pilastri del  processo innovativo di cui il paese ha bisogno.

D’innovazione territoriale ne hanno bisogno tutti i paesi del mondo ma ne ha particolare necessità un paese che sta per riconoscere l’esistenza di dieci aree metropolitane poste al centro di territori in difficoltà a resistere alle piogge di stagione e a trattenere i loro giovani talenti. Un quadro poco edificante se si pensa che il valore di un moderno territorio consiste proprio  nella sua capacità di attrarre  e nella qualità dell’ambiente di vita che riesce a esprimere.

Se proviamo a chiederci cosa ostacoli un moderno sviluppo dei territori di questa parte d’Europa, non ci possiamo limitare alle antiche corruttele malavitose o all’anarchia culturale dei nostri mille campanili.

Questa è storia del passato che trattiene ancora il presente in uno stato di emergenza permanente, ma il futuro veleggia già su un altro piano.

Nel mondo contemporaneo è cambiato qualche cosa di profondo nei paradigmi che fondano i comportamenti delle società nei confronti dell’ambiente e dei territori. La transizione verso un’economia in cui la Terra ha un ruolo differente dal passato è nel pieno della sua corsa ma il pensiero che dovrebbe amministrarla sembra far fatica a seguirne il corso. Siamo quindi costretti a rivedere in fretta l’idea che abbiamo della Terra.

La società urbana e industriale ci ha abituati a considerarla come un  contenitore passivo dal quale ricavare una rendita. Una rendita disponibile non solo ai proprietari terrieri o ai costruttori di palazzi ma anche alle amministrazioni locali che presiedono l’uso dei suoli e sottosuoli comunali.

La Terra rappresenta la civiltà faticosa e povera da cui fuggirono i nostri padri e da cui oggi fuggono ancora moltitudini di poveri; un contesto da usare per produrre cibo, costruire infrastrutture per le città o estrarre le materie necessarie ai beni e agli stili di vita urbani. Uno spazio per scaricare le esternalità negative di cui ci si accorge soprattutto nei casi di eventi naturali imprevisti. A quel punto si risveglia la sensibilità per tutti i territori colpiti da disastri naturali o assediati da montagne di rifiuti. L’azione che però ne deriva ha spesso un valore estetico e poco rilevante, almeno fino a quando non è toccata la casa in cui abitiamo. A quel punto ci s’indigna e talvolta ci si attiva per iniziative molto spesso temporanee e senza sbocchi.

Qualche cosa sta, però, cambiando “nonostante noi”  e  il motore del cambiamento non risiede tanto nel timore dei collassi ecologici o nei rapporti degli scienziati che diffondono scenari apocalittici. Il centro del cambiamento dei territori si ritrova nello sviluppo delle nuove  tecnologie  che investe innanzitutto le imprese e la vita quotidiana dei cittadini.

Sono le imprese  più innovative a reclamare ambienti e territori sempre più creativi e capaci di esprimere il loro genio a livello internazionale. Lo fanno le start up per avviare un’attività imprenditoriale, lo fanno le multinazionali per realizzare nuovi servizi o scegliere l’ambiente adatto per continuare a crescere. Il fenomeno in questione è generale e non riguarda solo le imprese dei comparti agroalimentare – turistico o manifatturiero che pure necessitano di un sempre più elevato livello di servizi, infrastrutture e innovazione. Per tutte le imprese, comprese quelle dei servizi più avanzati, il territorio ha mutato verso ed è diventato un ecosistema conoscitivo che può essere innovativo oppure no a seconda di com’è amministrato.

Alla radice del cambiamento si colloca il paradosso di un fattore Terra che, proprio nel momento del suo massimo scollamento come vincolo fisico alla produzione locale, si trasforma in un fattore produttivo essenziale allo sviluppo.

La delocalizzazione di una industria tessile biellese che finisce nel Guandong e i capannoni abbandonati di tante zone industriali sono le più drammatiche testimonianze di un territorio che non è riuscito a trasformarsi da antico fornitore di spazi e acque particolari a moderno ecosistema innovativo essenziale per competere nell’economia della conoscenza.

La nuova acqua alla quale si vogliono abbeverare le imprese e le start up di tutto il mondo non è costituita  da molecole di H2O che scendono dal Monte Rosa ma di BIT intelligenti e creativi che viaggiano su fiumi di fibre ottiche capaci di connettere in tempo reale le imprese ai centri di eccellenza, ai talenti innovativi e ai consumatori di questo mondo.

L’irrompere della tecnica nella sua forma più virtuale e meno fisica ha avuto la forza di condizionare pesantemente Terra-Capitale e Lavoro. Un “ metafattore” che ha cambiato le regole del gioco degli altri. I fatti sono noti: ogni produzione può essere ricreata velocemente in altro luogo; i confini dei mercati sono esplosi; le barriere di accesso all’innovazione si sono drasticamente abbassate; le reti a basso costo hanno favorito aggregati produttivi di capitale umano creativo; dalla rete d’imprese dei distretti locali si è passati alle imprese nella rete globale; il prosumer ( 2) è entrato in scena modificando i processi d’innovazione e consumo.

Questa immensa valanga tecnologica ha reso obsolete le abilità storiche d’interi territori. Molte imprese sono sparite per mancanza di adeguate esternalità positive senza le quali è peraltro molto difficile che ne nascano di nuove.

Internet delle cose

Internet delle cose

La valanga  sta assumendo  adesso l’aspetto di nuovi ecosistemi tecnologici in cui le connessioni non avvengono più solo tra le persone ma direttamente tra le “cose”. “Internet delle cose” (3) è pronto ad invadere il mondo con una quantità di materia intelligente capace di trasferire e ricevere autonomamente dati  dalle nostre case. Per far parlare autonomamente elettrodomestici e sistemi d’illuminazione, d’irrigazione, di movimentazione, di sicurezza, di trasporti, di stoccaggio, di nutrizione, d’innovazione o depurazione che assicurano la vita e i metabolismi di un territorio occorrerà  però il rispetto di almeno due condizioni.

  • Standard comuni: per far comunicare tutti i tipi di oggetti interconnessi.
  • Amministrazioni innovative dei territori: per gestire la loro autonoma valorizzazione creativa e lo sviluppo professionale e culturale dei cittadini.

Il primo aspetto è già affrontato dalle grandi imprese. L’Industrial Internet Consortium (Ibm, Cisco, General Electric, A&TT) è nato con l’intento di favorire la creazione di un ecosistema globale (una rete aperta globale che collega persone, dati e macchine) al quale possano partecipare tutte le imprese poiché “Città, reti energetiche, edifici, macchine stanno diventando più interconnesse e intelligenti e attraverso questo consorzio intendiamo accelerare sia l’innovazione sia l’avanzamento tecnologico”, (Ron Ambrosio di Ibm).

Il secondo aspetto coinvolge le istituzioni che presiedono i territori. Inghilterra, Germania e Francia hanno compiuto scelte differenziate che si rifanno a strategie governative nazionali. In Italia, per il momento , le idee sembrano meno definite col rischio di lasciare  sole le amministrazioni locali  nel non facile compito di gestire  le nuove strategie della  connettività territoriale.

Il futuro del moderno genius loci delle aree metropolitane italiane è pressato da istanze che provengono dall’ esterno e si trova nelle mani di amministrazioni vincolate a procedure superate e soggette a tensioni da carenza di risorse finanziarie. In questa situazione anche il loro comportamento è sollecitato a cambiare. Utilizzare il territorio ancora nell’ottica passiva o ripianare i buchi di bilancio con i ricavi di un capitalismo municipale che, attraverso una miriade di  municipalizzate e partecipate spesso molto poco  competitive (4) ,  gestisce in modo perlopiù  tradizionale i servizi del territorio, sembrano strade ormai impossibili da seguire.

Se non si rendono produttive le risorse disponibili nei  territori  stimolando innanzitutto  le imprese a partecipazione pubblica a rinnovarsi e a razionalizzarsi si rischia di complicare l’uscita dalla crisi a molti cittadini e a molte imprese bisognose del capitale innovativo incorporato nell’ambiente in cui vivono.

Che fare? A che modelli di territori innovativi interconnessi guardare? Gli esempi della Silicon Valley, di Londra, Parigi  e Berlino sono disponibili e una megalopoli come Milano ha dimensioni e potenziali adeguati per confrontarsi a questi livelli. Si tratta  di capire rapidamente in che misura e a proposito di quale aspetto ci si  debba impegnare. A questo scopo Giuseppe Longhi (5) ci invita misurare e monitorare le potenzialità del territorio metropolitano in termini di:

  • Risorse umane/intellettuali
  • Capitale fisico disponibile
  • Capacità di produzione autonoma delle risorse
  • Biodiversità
  • Resilienza

Capire quanti sono i progetti innovativi di livello internazionale che l’area metropolitana milanese sta esprimendo e scoprire i valori economici della sua biodiversità e resilienza aiuterebbe a dimensionare il patrimonio da connettere per sviluppare la sua poliedrica genialità. Sarebbe un modo per trasformare in opportunità  gli handicap di un territorio abitato da dodici milioni di persone.

(*) Mondohonline

(1) il manifesto della nutrizione mondohonline https://mondohonline.wordpress.com/manifesto/

(2) Prosumer:il termine fu coniato da Alvin Toffler nel 1980 book: indica persone per le quali è impossibile la distinzione tra consumatore e produttore, tra “consumer” e “producer.” Per una analisi  di questo tipo di attore sociale negli Stati Uniti si veda : Https://www.cisco.com/web/about/ac79/docs/wp/Prosumer_VS2_POV_0404_FINAL.pdf

(3) internet delle cose:http://home.deib.polimi.it/alippi/Cesare_internetcose.pdf

(4) capitalismo municipale :http://www.astrid-online.it/Riforma-de2/Studi-e-ri/Rapporto_Irpa-1_2012_Capitalismo_municipale_e_spl_def.pdf

(5) http://www.arcipelagomilano.org/archives/31370

 

 

Annunci

Informazioni su Daniela Mainardi

medico vivo e lavoro a Milano
Questa voce è stata pubblicata in città e contrassegnata con , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...