Intelligenza territoriale

Intelligenza territoriale: strategia e sviluppo sostenibile – di Fabio Gualandri  (*)

Intelligenza territorialeDurante gli anni al tramonto della Guerra Fredda, al confronto strategico misurato sulla gittata dei missili balistici intercontinentali si sostituì lentamente, ma inesorabilmente e nascosto, uno scontro a bassa intensità di molteplice natura geo–economica, cognitiva e informativa nell’ambito di uno scenario di mutamenti carsici, cronica instabilità e alleanze geopolitiche a geometria variabile.

Questa tendenza venne seguita da una mutazione di quelle scienze sociali che nei centri di ricerca e nelle scuole di formazione delle grandi imprese trovarono un terreno fertile di contaminazione fra interessi pubblici e privati, fra governi, giganti industriali e servizi di sicurezza. Una evoluzione ambigua che ha però marcato i grandi progressi della tecnica: dalla nascita del world wide web ai sistemi di posizionamento satellitare, dalla genetica alle nanotecnologie.

È in questo ecosistema che sorge e fiorisce, principalmente negli Stati Uniti, la “Competitive Intelligence”, cavalcando lo sviluppo dell’informatica e la teorizzazione della nuova società dell’informazione che prende le mosse dall’opera di Porter del 1980 “Competitive-Strategy: Techniques for Analyzing Industries and Competitors”, tratteggiando la business intelligence come un “programma sistematico ed etico per la raccolta, l’analisi di gestione di qualsiasi combinazione di dati, informazioni e conoscenze circa l’ambiente in cui operano le imprese che, una volta attuato, conferirà un significativo vantaggio competitivo o attivare buone decisioni “.

In Europa le sinergie e il know-how colano dall’accademia al vasto sistema statale dei ministeri e delle regioni, in cui una ulteriore presa di coscienza della relazione imprescindibile e funzionale con l’organismo statale si compì nel 1994 quando l’Eliseo richiese a un gruppo di analisti  qualificatissimo un rivoluzionario esame dell’economia in condizioni di mercato aperto, ovvero il rapporto sull’ “intelligenza economica e strategia delle imprese” altrimenti detto Rapporto Martre, dal nome di uno dei suoi redattori più autorevoli.

Partendo da una ramificazione di queste valutazioni e incrociando le sensibilità contemporanee che si innestano sulle riflessioni circa i limiti ecologici e sociali della crescita economica, viene alla luce nei primi anni del secondo millennio una disciplina embrionale e autonoma, l’intelligenza territoriale, che ha un fine radicalmente differente: non la conquista dei mercati bensì lo sviluppo sostenibile nel contesto dei fenomeni di globalizzazione.

Ambedue utilizzano i principi del “knowledge management” per affinare il processo decisionale, per sostenere l’innovazione, costruire delle reti, condividere le informazioni e migliorare l’apprendimento del sistema ma gli strumenti informatici e la conoscenza dei dati non costituiscono e non possono costituire il proposito finale dell’intelligenza territoriale, quanto piuttosto sono un mezzo per isolare le informazioni pertinenti e valide.

L’impiego delle comunicazioni digitali ha incredibilmente ampliato il volume e la capacità di relazione degli individui ma la dilatazione dei network e la moltiplicazione dei nodi da un lato rendono estremamente complessa la gestione della mole di dati generata dall’ICT, i cosiddetti big data, e dall’altro la sola applicazione delle tecnologie non è sufficiente per conferire coerenza e dunque elaborare una immagine strategica per realtà articolate e multiformi come i sistemi produttivi o gli agglomerati urbani, senza la complementarietà dell’elemento umano. È questo un errore in cui ricadono molte teorie sullo sviluppo territoriale cui si rifanno le cosiddette smart cities o svariate mitologie della new economy.

L’intelligenza territoriale emerge dall’esigenza di predisporre una visione strategica e cognitiva di lungo periodo, che trascende la dimensione individuale e che concepisce le comunità come un sistema organico complesso che si autodetermina e sceglie di sottolineare i propri caratteri peculiari al fine di garantire il benessere degli abitanti e la sopravvivenza nella competizione mondiale fra i territori.

Business intelligence e l’intelligenza territoriale convergono nell’impiego delle tecnologie dell’informazione ma si distinguono per i loro intenti e per la differente governance, verticistica o partecipata.

Sei anni dopo il Rapporto Martre, J. Girardot, nel 2000, in “Principes, Méthodes et Outils d’Intelligence Territoriale. Évaluation participative et Observation coopérative” esplica il significato e inquadra la nuova branca di studi:  “L’intelligenza territoriale è un modo per i ricercatori, gli attori e per la comunità territoriale d’acquisire una migliore conoscenza del territorio, ma ugualmente anche di controllare meglio il suo sviluppo. L’ appropriazione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, o dell’informazione stessa, è una tappa indispensabile per quegli attori che entrano in un processo di apprendimento che permetterà loro di agire in maniera pertinente ed efficiente. L’intelligenza territoriale è utile per aiutare gli attori territoriali ad agire con passo adeguato ed efficace. L’Intelligenza territoriale è particolarmente utile per aiutare gli attori locali a pianificare, definire, condurre e valutare le politiche e le azioni di sviluppo territoriale sostenibile”.

Questa definizione eredita l’esperienza nata dalla diffusione in Europa del metodo Catalisi, nato nel  1989 ed estesosi in tutto il continente, che offre strumenti di diagnosi, valutazione e osservazione dei partenariati territoriali di attori che hanno voluto sostenere i progetti di sviluppo sostenibile nel loro territorio.

I paesi all’avanguardia in Europa nell’elaborazione pratico-teorica sono sorprendentemente Francia e Spagna, che hanno sopperito alla scarsa dinamicità spontanea del proprio sistema di piccola-media impresa e dei centri minori, dovuta ad un passato di centralismo amministrativo ed alla antica tradizione di stato nazionale, con robuste politiche pubbliche di aggregazione e sinergie regionali all’interno di un orizzonte strategico nazionale. La gran parte dei dipartimenti francesi e le maggiori città spagnole hanno elaborato progetti di intelligenza territoriale con gli attori locali e su supporti tecnologici per lo sviluppo turistico, per l’attrazione di investimenti, per la pianificazione industriale, per la creazione di poli di competitività.

In Italia, l’attenzione al tema sorge dal dibattito sull’incapacità del “sistema-paese” di sostenere le proprie eccellenze e di valorizzare la ricchezza della diversità. L’effervescenza creativa che caratterizza i distretti più dinamici del made in Italy non trova riscontro  nel corto respiro con cui si organizza la macchina pubblica per supportarle. Occorre superare rapidamente e di slancio il dibattito della sociologia economica su decadenza e trasformazione dei distretti e innestare nelle nuove definizioni olistiche dei sistemi produttivi locali (SPL), dove già sono tenute in conto le interazioni di soggetti di varia natura, gli elementi che possano convertire le strutture esistenti delle Camere di Commercio o delle Regioni in piattaforme di vera e propria intelligenza territoriale.

In questo quadro organico, il territorio non è più formato da istituzioni con competenze spesso contrastanti e sistemi in competizione, ma è una entità unitaria a livello regionale dove funzioni, pratiche e servizi si integrano eliminando duplicazioni e disuniformità in un disegno coerente. Ogni territorio sarebbe libero di scegliere e sviluppare la propria vocazione, fornendo la specializzazione flessibile necessaria per la competizione economica globale ma all’interno di un progetto complessivo in cui lo Stato coordina e fornisce gli elementi di informazione reperibili solo con un dispendio ingente di risorse. Lo spreco dovuto alla moltiplicazione di rappresentanze italiane di ogni singola regione all’estero al posto della estensione della rete consolare o la cronica mancanza di elaborazione di piani strategici di sviluppo per i grandi centri urbani, denotano le gravi carenze che ancora rendono il sistema italiano inadeguato alla sfide portate dalla contemporaneità.                                                                    

Dunque in definitiva sotto l’intelligenza territoriale rientrano tutte le branche di quella scienza multidisciplinare il cui obiettivo è lo sviluppo sostenibile dei territori nelle regole della società della conoscenza, dove la comunità come somma emergente degli individui si erge a soggetto cardine per stimolare le dinamiche di sviluppo sostenibile, ovvero una crescita basata sulla combinazione di obiettivi ambientali e culturali , economici e sociali. Una combinazione di hard power economico e soft power culturale attuabile solo grazie all’interazione tra conoscenza e azione, alla condivisione delle informazioni e ad un respiro strategico di lungo termine.

(*) Area relazioni internazionali Mondohonline – Presidente Commissione Decentramento Città Metropolitana – Affari Istituzionali, Casa e Demanio – Consiglio di Zona 8, Comune di Milano

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