Cibo dal deserto? In Australia….

desertoCibo dal deserto? In Australia non è più solo un’utopia…. – di Franca Castellini Bendoni (*)

C’è chi ci ha pensato e ha già avviato un sistema, definito rivoluzionario, per produrre svariate migliaia di tonnellate di alimenti freschi sfruttando le grandi distese dell’entroterra australiano. Il deserto, una landa  che raramente si vede nelle pubblicazioni turistiche sul continente australe, costellata da miniere e habitat di animali poco ‘simpatici’, come ragni e serpenti e dal quale stanno lontani canguri ed emù, queste sì le ben conosciute icone tradizionali dell’Australia.

Ma c’è chi ha guardato all’asset, forse l’unico, di questo territorio apparentemente desolato: il sole. Da qui è nato il progetto di sfruttarlo per ‘coltivare’ il deserto con lo scopo di produrre cibo. La sfida è stata colta da un gruppo di brillanti giovani cervelli europei, nordamericani ed asiatici, guidati da un altrettanto giovane esperto finanziario tedesco, Philipp Saumweber, ex Goldman Sachs, sulla base dell’intuizione di un ingegnere londinese, Charlie Paton, di cui parleremo più avanti.

Al progetto è stato dato il nome di fattorie Sundrop (goccia di sole, ndt), come racconta The Guardian (1).  Dalla riflessione che l’agricoltura utilizza il 60-80% dell’acqua in natura, di per sé non abbondante, si è partiti con un’idea – apparentemente – semplice: perché non sfruttare risorse rinnovabili quali il sole e l’acqua di mare, desalinizzare quest’ultima per ottenere l’acqua necessaria ad irrigare, scaldare e/o refrigerare serre sperimentali  nelle quali coltivare frutta e verdura senza pesticidi, di alta qualità,  in quantità tali da poter alimentare il mercato a ciclo continuo, senza i limiti della stagionalità.

Pomodori, peperoni e cetrioli sono stati i primi prodotti coltivati, ma ormai la produzione è uscita dalla fase sperimentale e si studia di estendere la tecnologia ad ad altri raccolti; non solo, si sta considerando anche di abbinare la possibilità di produrre alimenti proteici (pollame e pesci) senza consumare acqua fresca e utilizzando combustibili fossili in quantità vicine allo zero: l’acqua salata dell’oceano è disponibile e abbondante, così come il sole, e non si intaccano le risorse idriche che nel territorio arido sono scarse.

Sulla base dei risultati promettenti, agli scienziati di Sundrop si sono aggiunti  imprese ed investitori  (fra cui catene di supermarket) per progettare e costruire una serra di 20 acri (40 volte più grande della serra sperimentale), in grado di raggiungere produzioni annuali di 2,8M/kg di pomodori e 1,2M/kg di peperoni.

Il sistema Sundrop

Gli specchi parabolici seguono il sole per l’intero arco della giornata  e generano l’energia necessaria. Foto : Hat Margolis

Gli specchi parabolici seguono il sole per l’intero arco della giornata e generano l’energia necessaria. Foto : Hat Margolis

In pratica, è stato realizzato un ‘filare’ lungo 75 metri di specchi parabolici motorizzati, che seguono il sole nel suo percorso quotidiano e concentrano il calore su una conduttura a tenuta stagna che contiene combustibile. Il combustibile riscaldato cede a sua volta il calore a serbatoi di acqua di mare pompata da una profondità di pochi metri (la spiaggia dista solo 100 metri). L’acqua viene portata ad una temperatura di 160°, ed il vapore che ne esce muove le turbine che generano elettricità. Una parte dell’acqua calda mantiene il calore nelle serre durante le rigide notti desertiche, mentre il resto viene incanalato in un impianto di desalinizzazione che produce i 10.000 litri di acqua al giorno necessari per le piante. Questa acqua, pura,  viene utilizzata per l’irrigazione ed è perfetta per contenere il mix di nutrienti necessari  alle colture.

All’interno della serra l’aria viene mantenuta umida e fresca da una parete di pannelli di cartone a nido d’ape sulla quale cola l’acqua e dai quali l’aria evapora, spinta dal vento e da grandi ventilatori. Tutto il sistema è hi-tech, computerizzato, la serra può essere situata lontano dal coltivatore il quale, anche se è fuori città o comunque lontano, può controllare in ogni momento da remoto le condizioni di crescita del raccolto grazie ad un’applicazione iPhone.

L’enorme estensione desertica dell’Australia costituisce un altro plus per l’espansione del metodo Sundrop, ossia la possibilità di costruire le serre in posti isolati, quindi lontano da piante o animali infestanti: gli eventuali intrusi vengono debellati in modo naturale, con la lotta biologica. Infatti nelle serre oltre alle api vivono plotoncini di ‘insetti buoni’ (come l’Orius laevigatus, un antocoride predatore largamente utilizzato per il controllo dei tripidi, applicato alle colture orticole in serra ed in pieno campo, ) in grado di combattere infestanti come la tripide, un parassita minuscolo ma molto dannoso.

Venendo dal deserto, l’ingresso nelle serre e la vista degli specchi parabolici ‘cattura-sole’ danno l’impressione di essere su un set cinematografico e la sensazione di trovarsi nel mondo di domani: l’aria umida ed il profumo delle piante offrono un enorme contrasto con l’arido paesaggio esterno che raggiunge temperature di 40° per gran parte dell’anno.

Philipp Saumweber, fondatore e CEO di  Sundrop, con I suoi prodotti.  Foto di  Jonathan Margolis per the Observer

Philipp Saumweber, fondatore e CEO di Sundrop, con I suoi prodotti. Foto di Jonathan Margolis per the Observer

Questo progetto offre forse una delle soluzioni in grado di produrre cibo sano, a costi sostenibili, e contribuire allo stesso tempo a proteggere le risorse naturali del pianeta, senza trascurare risvolti economici molto interessanti. Una scommessa? Comunque il progetto è stato apprezzato dall’istituto di ricerca sulla desalinizzazione, finanziato dal Governo australiano, nell’ottica della possibilità  di ottenere prodotti alimentari senza rischi di inondazioni, gelate, grandine ma soprattutto risolvendo il problema della scarsità d’acqua. In più è una soluzione economicamente valida, espandibile perché utilizza risorse sempre disponibile come luce solare e acqua dell’oceano.

Le produzioni di Sundrop sono come detto disponibili tutto l’anno, sono totalmente esenti da pesticidi ed effettivamente organiche, anche se in Australia non possono essere definite tali perché coltivate con il sistema idroponico (non al suolo).

In tutta questa positività resiste tuttavia un ‘ma’, o meglio una critica, che curiosamente viene proprio da chi ha inventato la tecnologia ‘sole e mare’, Charlie Paton cui abbiamo fatto cenno all’inizio. Paton è un’icona dell’ecologia, fondatore vent’anni fa della Seawater Greenhouse, premiata con diversi riconoscimenti prestigiosi: è stata sua l’idea originale di provare a coltivare cibo usando soltanto la luce del sole e l’acqua dell’oceano.

Anche Paton ha una sua serra sperimentale, realizzata in un vecchio stabile a East London che un tempo ospitava un forno con panetteria. Paton non condivide il modo in cui si sono svolte le cose a 10.000 miglia di distanza  dall’Inghilterra. Infatti la prima serra-laboratorio costruita in Australia era sorta in modo artigianale, ad esempio con panelli solari ‘fatti in casa’  in cornici di legno. Ben presto l’impianto è stato sostituito con strumentazione hi-tech che Paton considera alla stregua di fronzoli buoni per impressionare  il pubblico.

Charlie Paton nella sua casa di East London. Foto: Hat Margolis

Di conseguenza Paton ha lasciato la Sundrop, e con la sua famiglia prosegue l’attività della Seawater Greenhouse, legata direttamente alla natura: niente specchi, niente impianti di desalinizzazione, ma l’interazione degli elementi naturali, evaporazione e condensazione dell’acqua salata grazie al vento, naturale e artificiale, che soffia da ventilatori azionati da pannelli solari. Ma se qualcosa va storto e la produzione viene interrotta, basta convincersi che il prodotto è assolutamente buono anche se esteticamente imperfetto, oppure ci si accontenta di un raccolto meno abbondante restando fedeli e coerenti con i propri principi di sostenibilità.

Certamente Paton resta l’ideatore indiscusso di un sistema di coltivazione  illimitata in condizioni impossibili: “Non mi sento proprietario dell’idea. Il cuore della tecnologia è in sintesi un pannello di cartone saturo di umidità e non si può brevettare l’idea di un’evaporazione rinfrescante, ma la vera svolta è stata quella di usare l’acqua di mare, ma anche questa non è brevettabile. E comunque siamo noi a ricevere continui consensi….”

(1) Jonathan Margolis, The Observer – http://www.theguardian.com/environment/2012/nov/24/growing-food-in-the-desert-crisis

 

(*) Mondohonline

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Informazioni su Daniela Mainardi

medico vivo e lavoro a Milano
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